Questo film semisconosciuto che è stato fatto con il budget di 30 secondi di Guerre Stellari, ha per protagonista un ragazzo di 14 anni.
Nonostante sia circondato da persone deluse, disilluse e probabilmente anche depresse, lui è uno che non si rassegna.
I genitori non comunicano più; la sorella maggiore con due lauree non riesce a trovare un lavoro soddisfacente; Jessica - la compagna di classe già bocciata di cui lui è innamorato - dice che fa tutto schifo; e la professoressa di italiano è completamente disillusa e non trova più senso nella sua vita e nel suo lavoro.
E Giovanni? Continua caparbiamente a vivere andando contro. Anche contro ad ogni evidenza. Non importa quante volte ci sbatta il naso, lui vive "alla brasiliana", indossando sempre la maglia e i pantaloncini del Brasile e continuando a tirare in porta anche se è un portiere e anche se sbaglia sempre. Da qui il soprannome Banana.
Tra gag e battute brillanti e situazioni tragicomiche, il film si "beve" tutto d' un fiato.
Si tratta di un lungometraggio di esordio di un regista italiano quarantenne, Andrea Jublin, ed è uscito nel 2015.
Buona visione!
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lunedì 18 gennaio 2016
lunedì 11 gennaio 2016
lunedì film: Adaline - l'eterna giovinezza
Questo film, che ho visto recentemente sempre al cineforum, è apparentemente leggero, ma in realtà tocca un argomento che si presta ad approfondimenti e riflessioni.
Una giovane vedova e madre di una figlia, ha un incidente d'auto, viene colpita da un fulmine e da quel momento non invecchierà più. Potrebbe sembrare un immenso colpo di fortuna, e un sogno per ogni donna. Ma anche questo evento positivo, alla lunga, porta dei problemi e delle complicazioni.
Intanto Adaline deve tenere nascosto questo suo "superpotere" perché altrimenti le autorità, e il mondo scientifico ne farebbero una cavia da laboratorio e lei non potrebbe più vivere.
L'unica a sapere è sua figlia, che alla fine del film sarà un'anziana signora, mentre la madre avrà sempre l'aspetto di una trentenne.
Altro problema sono le amicizie e le storie d'amore, una cosa che Adaline non può permettersi.
Ogni 10 anni, Adaline cambia identità, residenza, lavoro. Ricomincia da capo.
Ci sarà una svolta? Ovviamente sì.
La svolta sarà la volontà a non voler rinunciare per l'ennesima volta ad un amore, ma non ad uno qualunque. Adaline avrà uno shock, e prenderà la decisione di smettere di scappare e di nascondersi.
Per chi non l'avesse visto e fosse interessato è in programmazione questo mese sul "cielo" italiano. Buona visione!
;-)
Una giovane vedova e madre di una figlia, ha un incidente d'auto, viene colpita da un fulmine e da quel momento non invecchierà più. Potrebbe sembrare un immenso colpo di fortuna, e un sogno per ogni donna. Ma anche questo evento positivo, alla lunga, porta dei problemi e delle complicazioni.
Intanto Adaline deve tenere nascosto questo suo "superpotere" perché altrimenti le autorità, e il mondo scientifico ne farebbero una cavia da laboratorio e lei non potrebbe più vivere.
L'unica a sapere è sua figlia, che alla fine del film sarà un'anziana signora, mentre la madre avrà sempre l'aspetto di una trentenne.
Altro problema sono le amicizie e le storie d'amore, una cosa che Adaline non può permettersi.
Ogni 10 anni, Adaline cambia identità, residenza, lavoro. Ricomincia da capo.
Ci sarà una svolta? Ovviamente sì.
La svolta sarà la volontà a non voler rinunciare per l'ennesima volta ad un amore, ma non ad uno qualunque. Adaline avrà uno shock, e prenderà la decisione di smettere di scappare e di nascondersi.
Per chi non l'avesse visto e fosse interessato è in programmazione questo mese sul "cielo" italiano. Buona visione!
;-)
lunedì 23 novembre 2015
Lunedì film: Anime Nere
Partecipo per la prima volta al lunedì film, e lo faccio con questo Anime Nere.
Non è un genere che io avrei mai scelto di vedere volontariamente, e se fossi stata a casa col telecomando in mano avrei cambiato canale...ma mi è capitato di vederlo ad un cineforum, dove non potevo cambiare e non ho ritenuto opportuno uscire, quindi me lo sono visto tutto fino alla fine.
Non è proprio una presentazione accattivante la mia, ne sono consapevole, ma ho deciso comunque di parlarne perché mi ha fatto riflettere.
L'argomento è la ndrangheta, e i protagonisti sono una famiglia composta da tre fratelli: il maggiore, Luciano, che vive in Calabria, Rocco vive a Milano e rappresenta il "braccio pulito" della famiglia, Luigi si occupa di spaccio a livello internazionale. Auto di lusso, bella vita e una totale mancanza di regole.
Il figlio del fratello maggiore, Leo, prende come modello ed esempio lo zio Luigi, fare il pastore è troppo faticoso, ed inizierà con un dispetto al clan rivale una spirale di violenza che farà finire il tutto molto male.
I personaggi parlano in calabrese e tutto il film è sottotitolato (per fortuna).
Non si riesce, o meglio, io non sono riuscita ad identificarmi con nessuno dei protagonisti, e questo perché la mentalità che sta dietro a queste azioni mi è completamente estranea e sconosciuta.
L'unico personaggio col quale è possibile identificarsi è la moglie di Rocco, una milanese, che anche lei non capisce. Tuttavia sa benissimo chi è suo marito e che la sua casa di lusso è frutto di denaro sporco.
Le altre donne di famiglia non tollerano la moglie di Rocco, ma il loro ruolo è totalmente ininfluente.
Anche la legge, o lo stato, è totalmente assente, si vedono dei carabinieri ma hanno un ruolo marginale, sono addirittura sfuocati. Non è certo a loro che si rivolgono i normali cittadini se hanno bisogno di aiuto, ma vanno invece da chi ritengono che possa garantire loro più protezione.
Forse in questo film manca un elemento essenziale, manca la controparte, non c'è una contrapposizione bene-male e quindi non si può tifare...manca la speranza. Che sia stato proprio questo l'intento dell'autore?
Non è un genere che io avrei mai scelto di vedere volontariamente, e se fossi stata a casa col telecomando in mano avrei cambiato canale...ma mi è capitato di vederlo ad un cineforum, dove non potevo cambiare e non ho ritenuto opportuno uscire, quindi me lo sono visto tutto fino alla fine.
Non è proprio una presentazione accattivante la mia, ne sono consapevole, ma ho deciso comunque di parlarne perché mi ha fatto riflettere.
L'argomento è la ndrangheta, e i protagonisti sono una famiglia composta da tre fratelli: il maggiore, Luciano, che vive in Calabria, Rocco vive a Milano e rappresenta il "braccio pulito" della famiglia, Luigi si occupa di spaccio a livello internazionale. Auto di lusso, bella vita e una totale mancanza di regole.
Il figlio del fratello maggiore, Leo, prende come modello ed esempio lo zio Luigi, fare il pastore è troppo faticoso, ed inizierà con un dispetto al clan rivale una spirale di violenza che farà finire il tutto molto male.
I personaggi parlano in calabrese e tutto il film è sottotitolato (per fortuna).
Non si riesce, o meglio, io non sono riuscita ad identificarmi con nessuno dei protagonisti, e questo perché la mentalità che sta dietro a queste azioni mi è completamente estranea e sconosciuta.
L'unico personaggio col quale è possibile identificarsi è la moglie di Rocco, una milanese, che anche lei non capisce. Tuttavia sa benissimo chi è suo marito e che la sua casa di lusso è frutto di denaro sporco.
Le altre donne di famiglia non tollerano la moglie di Rocco, ma il loro ruolo è totalmente ininfluente.
Anche la legge, o lo stato, è totalmente assente, si vedono dei carabinieri ma hanno un ruolo marginale, sono addirittura sfuocati. Non è certo a loro che si rivolgono i normali cittadini se hanno bisogno di aiuto, ma vanno invece da chi ritengono che possa garantire loro più protezione.
Forse in questo film manca un elemento essenziale, manca la controparte, non c'è una contrapposizione bene-male e quindi non si può tifare...manca la speranza. Che sia stato proprio questo l'intento dell'autore?
venerdì 13 novembre 2015
La simmetria dei desideri
Era da tempo che non trovavo un romanzo così: emozionante, triste e bellissimo.
Questo scrittore israeliano, Eshkal Nevo, racconta la storia di Yuval e dei suoi tre amici del cuore, e lo fa come se fosse un'autobiografia.
L'autobiografia è contenuta in una cornice, un prologo e un poscritto di Yoav, uno dei suoi amici. La cornice assolve ad un duplice compito: prima di tutto dirci com'è andata a finire, e poi dare quell'impressione di autenticità che ricorda tanto i primi romanzi inglesi del '700, dove gli autori si preoccupavano di dimostrare al lettore che la loro storia era assolutamente autentica, con tanto di documenti ufficiali - rigorosamente falsi - e asterischi al posto di luoghi o personaggi che non si volevano compromettere.
Nonostante Yoav - soprannominato Churchill - ci avverta nel prologo che alcuni fatti raccontati da Yuval sono inesatti e frutto di discutibili interpretazioni, è impossibile non simpatizzare con Yuval, appassionarsi alla sua storia e vivere i suoi sentimenti con partecipazione.
L'amicizia tra i quattro giovani è molto bella e profonda, di quelle che sopportano ogni avversità. Particolarmente credibili anche i ruoli dei quattro, perché in un gruppo ci sono delle dinamiche, e inevitabilmente per far sì che l'amicizia resista, ci sarà qualcuno che prevarica e qualcuno che subisce. Yuval subisce: è quello un po' meno bello, un po' più basso, un po' più timido. Ha un unico grande amore, talmente bello che non riesce a crederci...e infatti il suo amore lo lascerà.
Da quel momento Yuval non è più lo stesso. Tutte le donne che incontrerà saranno giudicate tramite confronto con Lei. Arriverà persino a pensare di avere una relazione con una donna perché ha lo stesso nome di Lei.
Anche i rapporti con i suoi amici subiranno un cambiamento, un'evoluzione. Ma comunque sorprende fino alla fine questo romanzo, dove viene svelata la motivazione di questa autobiografia, che la dice lunga sulla profondità dei sentimenti di Yuval per i suoi amici.
La parte autobiografica si conclude con un flashback particolarmente efficace che riguarda il loro primo incontro.
Non dico altro ma vi invito caldamente a leggere questo romanzo e vi sfido a mettere giù il libro prima di averlo finito :-)
...e preparate i fazzolettini se vi commuovete, come me!
Questo scrittore israeliano, Eshkal Nevo, racconta la storia di Yuval e dei suoi tre amici del cuore, e lo fa come se fosse un'autobiografia.
L'autobiografia è contenuta in una cornice, un prologo e un poscritto di Yoav, uno dei suoi amici. La cornice assolve ad un duplice compito: prima di tutto dirci com'è andata a finire, e poi dare quell'impressione di autenticità che ricorda tanto i primi romanzi inglesi del '700, dove gli autori si preoccupavano di dimostrare al lettore che la loro storia era assolutamente autentica, con tanto di documenti ufficiali - rigorosamente falsi - e asterischi al posto di luoghi o personaggi che non si volevano compromettere.
Nonostante Yoav - soprannominato Churchill - ci avverta nel prologo che alcuni fatti raccontati da Yuval sono inesatti e frutto di discutibili interpretazioni, è impossibile non simpatizzare con Yuval, appassionarsi alla sua storia e vivere i suoi sentimenti con partecipazione.
L'amicizia tra i quattro giovani è molto bella e profonda, di quelle che sopportano ogni avversità. Particolarmente credibili anche i ruoli dei quattro, perché in un gruppo ci sono delle dinamiche, e inevitabilmente per far sì che l'amicizia resista, ci sarà qualcuno che prevarica e qualcuno che subisce. Yuval subisce: è quello un po' meno bello, un po' più basso, un po' più timido. Ha un unico grande amore, talmente bello che non riesce a crederci...e infatti il suo amore lo lascerà.
Da quel momento Yuval non è più lo stesso. Tutte le donne che incontrerà saranno giudicate tramite confronto con Lei. Arriverà persino a pensare di avere una relazione con una donna perché ha lo stesso nome di Lei.
Anche i rapporti con i suoi amici subiranno un cambiamento, un'evoluzione. Ma comunque sorprende fino alla fine questo romanzo, dove viene svelata la motivazione di questa autobiografia, che la dice lunga sulla profondità dei sentimenti di Yuval per i suoi amici.
La parte autobiografica si conclude con un flashback particolarmente efficace che riguarda il loro primo incontro.
Non dico altro ma vi invito caldamente a leggere questo romanzo e vi sfido a mettere giù il libro prima di averlo finito :-)
...e preparate i fazzolettini se vi commuovete, come me!
sabato 24 ottobre 2015
Cent'anni a Nordest
L'anno scorso sono cominciate le celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale (inizio). Anche la biblioteca locale ha organizzato un'iniziativa interessante: una serie di incontri con un esperto di storia contemporanea e un grandissimo professore di lettere in pensione, nonché scrittore e traduttore.
L'esperto di storia apriva le danze raccontando i fatti storici e il prof. leggeva, o meglio interpretava, brani tratti da opere letterarie sul tema o lettere dal fronte.
Esattamente come è successo a Murasaki, anch'io mi sono resa conto che nonostante il mio corso di studi regolare (elementari-medie-superiori) e anche un paio di esami di storia all'università, non ne sapevo granché.
Da qui la voglia di approfondire.
Quando ho sentito una trasmissione radiofonica che parlava di questo libro di Wu Ming 1, ho pensato che dovevo assolutamente leggerlo.
La prima cosa notevole è il fatto che l'opera di circa 200 pagine è accompagnata da circa 70 pagine di bibliografia e fonti (lo so che non siamo più abituati, adesso è l'epoca delle bufale su facebook che fanno il giro del mondo e creano movimenti e comitati...un sacco di gente che non ha niente da fare).
Le 200 pagine scorrono lisce e in un battibaleno si arriva alla fine. Però io che sono una lettrice troppo veloce, ho sentito la necessità di tornare indietro e rileggerlo. La densità degli argomenti e soprattutto i passaggi, le cause-effetto e i salti temporali per spiegare il presente attraverso gli avvenimenti del passato hanno richiesto una lettura più lenta ed attenta.
Senza entrare troppo nei particolari per non rovinare il piacere della lettura agli altri, si parla ovviamente di Nordest, ovvero Tre Venezie, ovvero Triveneto in quanto teatro della guerra di trincea, altrimenti definibile come macelleria messicana/dilettanti allo sbaraglio - riferito al governo italiano e ai generali - e scenario anche di liberazioni secondo alcuni, e annessioni e deportazioni secondo altri.
Aggiungiamo i qualunquismi, populismi e pressapochismi degli ultimi anni sulla lettura della storia e viene fuori il presente: il perché "in queste terre, ogni fenomeno sia estremo".
Mi interessa in particolare il fenomeno di rimozione di alcune vicende come la questione dei reduci e le esecuzioni sommarie per le cosiddette diserzioni. E penso che non sia affatto un caso che così tante persone anche di cultura medio-alta non sappia o non ricordi o non abbia ben presente. E allora andiamo a scavare, che magari sotto alla montagna di notizie farlocche - scie chimiche, immigrati che ci stanno invadendo e ci portano via il lavoro, la casa, i soldi e magari anche le donne, la teoria gender e le vaccinazioni killer - troviamo qualche storia vera sepolta. Sempre che non ci faccia più comodo non sapere. Eppure l'aveva ben detto lui, già nel 1922
L'esperto di storia apriva le danze raccontando i fatti storici e il prof. leggeva, o meglio interpretava, brani tratti da opere letterarie sul tema o lettere dal fronte.
Esattamente come è successo a Murasaki, anch'io mi sono resa conto che nonostante il mio corso di studi regolare (elementari-medie-superiori) e anche un paio di esami di storia all'università, non ne sapevo granché.
Da qui la voglia di approfondire.
Quando ho sentito una trasmissione radiofonica che parlava di questo libro di Wu Ming 1, ho pensato che dovevo assolutamente leggerlo.
La prima cosa notevole è il fatto che l'opera di circa 200 pagine è accompagnata da circa 70 pagine di bibliografia e fonti (lo so che non siamo più abituati, adesso è l'epoca delle bufale su facebook che fanno il giro del mondo e creano movimenti e comitati...un sacco di gente che non ha niente da fare).
Le 200 pagine scorrono lisce e in un battibaleno si arriva alla fine. Però io che sono una lettrice troppo veloce, ho sentito la necessità di tornare indietro e rileggerlo. La densità degli argomenti e soprattutto i passaggi, le cause-effetto e i salti temporali per spiegare il presente attraverso gli avvenimenti del passato hanno richiesto una lettura più lenta ed attenta.
Senza entrare troppo nei particolari per non rovinare il piacere della lettura agli altri, si parla ovviamente di Nordest, ovvero Tre Venezie, ovvero Triveneto in quanto teatro della guerra di trincea, altrimenti definibile come macelleria messicana/dilettanti allo sbaraglio - riferito al governo italiano e ai generali - e scenario anche di liberazioni secondo alcuni, e annessioni e deportazioni secondo altri.
Aggiungiamo i qualunquismi, populismi e pressapochismi degli ultimi anni sulla lettura della storia e viene fuori il presente: il perché "in queste terre, ogni fenomeno sia estremo".
Mi interessa in particolare il fenomeno di rimozione di alcune vicende come la questione dei reduci e le esecuzioni sommarie per le cosiddette diserzioni. E penso che non sia affatto un caso che così tante persone anche di cultura medio-alta non sappia o non ricordi o non abbia ben presente. E allora andiamo a scavare, che magari sotto alla montagna di notizie farlocche - scie chimiche, immigrati che ci stanno invadendo e ci portano via il lavoro, la casa, i soldi e magari anche le donne, la teoria gender e le vaccinazioni killer - troviamo qualche storia vera sepolta. Sempre che non ci faccia più comodo non sapere. Eppure l'aveva ben detto lui, già nel 1922
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
domenica 13 settembre 2015
La saga più trendy
Dopo aver letto tutti e dodici i volumi del Trono di Spade posso azzardarmi a dire quello che penso.
Considerando il fatto che anni fa, in tempi non sospetti* ho avuto un primo approccio, e questo primo approccio è risultato fallimentare, partivo già un po' prevenuta. Ma non totalmente. Pensavo che meritasse un altro tentativo, tanto da aver investito buona parte dei mesi di luglio e agosto in questa impresa.
Sono felice di esserci riuscita, ma il mio giudizio è ancora un "ni".
La scena copre diversi luoghi nello stesso arco temporale, quindi ogni capitolo è intitolato con il nome del personaggio di cui si racconta il punto di vista. La scelta è giusta, perché così si ha una visione su tutto quello che succede. Il problema è che alcuni personaggi e le loro vicende risultano estremamente noiosi. La mia impressione è che l'autore si dilunghi eccessivamente su particolari e luoghi che magari risulteranno fondamentali più avanti, ma questo "più avanti" non arriva mai.
E qui si va al cuore del problema, secondo me. L'opera non è finita. Quindi non vengono tirate le fila e gli elementi rimangono così, un po' sospesi.
Questo è il tema più ricorrente tra le lamentele dei lettori: "Oh Martin, quando ti decidi a scrivere il finale?".
Si è parlato di mancanza di idee, di ispirazione. Ma non potrebbe essere invece un'altra la ragione? Io me la sono spiegata così: Martin ha iniziato a scrivere, e a pubblicare, una cosa che ha avuto un certo successo. Tanto da attirare anche le produzioni televisive. Ma le produzioni televisive hanno delle "regole" diverse rispetto all'opera letteraria.
Il target, il bisogno di tenere lo spettatore sulla corda, la necessità di colpi di scena.
La sensazione è che Martin sia rimasto vittima di questo meccanismo infernale e che non voglia più uscirne, perché tutto sommato piuttosto remunerativo.
Quest'ultimo aspetto si collega anche al dibattito Martin contro Tolkien divampato sul web recentemente.
Dando per assodato che Martin ammira Tolkien e si ispira anche alla sua opera, e che il suo commento sulle "mancanze" di Tolkien per quanto riguarda i governi dei regni della Terra di Mezzo non voleva assolutamente essere polemico, trovo che le sue mancanze siano tante e tali per cui poteva evitare. Anche perché, mentre Tolkien semplicemente sceglie di parlare di alcuni aspetti e tralasciarne altri che magari non considerava interessanti, Martin non arriva a tirare le somme e a dare un significato ad un tot di vicende...e sarà che non è finita, ma non bisogna dimenticare che sono 12 volumi e non si vede l'ombra di una soluzione.
* prima che l'opera fosse sulla bocca di tutti, cioè prima che ne venisse tratta una serie TV
Considerando il fatto che anni fa, in tempi non sospetti* ho avuto un primo approccio, e questo primo approccio è risultato fallimentare, partivo già un po' prevenuta. Ma non totalmente. Pensavo che meritasse un altro tentativo, tanto da aver investito buona parte dei mesi di luglio e agosto in questa impresa.
Sono felice di esserci riuscita, ma il mio giudizio è ancora un "ni".
La scena copre diversi luoghi nello stesso arco temporale, quindi ogni capitolo è intitolato con il nome del personaggio di cui si racconta il punto di vista. La scelta è giusta, perché così si ha una visione su tutto quello che succede. Il problema è che alcuni personaggi e le loro vicende risultano estremamente noiosi. La mia impressione è che l'autore si dilunghi eccessivamente su particolari e luoghi che magari risulteranno fondamentali più avanti, ma questo "più avanti" non arriva mai.
E qui si va al cuore del problema, secondo me. L'opera non è finita. Quindi non vengono tirate le fila e gli elementi rimangono così, un po' sospesi.
Questo è il tema più ricorrente tra le lamentele dei lettori: "Oh Martin, quando ti decidi a scrivere il finale?".
Si è parlato di mancanza di idee, di ispirazione. Ma non potrebbe essere invece un'altra la ragione? Io me la sono spiegata così: Martin ha iniziato a scrivere, e a pubblicare, una cosa che ha avuto un certo successo. Tanto da attirare anche le produzioni televisive. Ma le produzioni televisive hanno delle "regole" diverse rispetto all'opera letteraria.
Il target, il bisogno di tenere lo spettatore sulla corda, la necessità di colpi di scena.
La sensazione è che Martin sia rimasto vittima di questo meccanismo infernale e che non voglia più uscirne, perché tutto sommato piuttosto remunerativo.
Quest'ultimo aspetto si collega anche al dibattito Martin contro Tolkien divampato sul web recentemente.
Dando per assodato che Martin ammira Tolkien e si ispira anche alla sua opera, e che il suo commento sulle "mancanze" di Tolkien per quanto riguarda i governi dei regni della Terra di Mezzo non voleva assolutamente essere polemico, trovo che le sue mancanze siano tante e tali per cui poteva evitare. Anche perché, mentre Tolkien semplicemente sceglie di parlare di alcuni aspetti e tralasciarne altri che magari non considerava interessanti, Martin non arriva a tirare le somme e a dare un significato ad un tot di vicende...e sarà che non è finita, ma non bisogna dimenticare che sono 12 volumi e non si vede l'ombra di una soluzione.
* prima che l'opera fosse sulla bocca di tutti, cioè prima che ne venisse tratta una serie TV
mercoledì 15 gennaio 2014
Il film tanto atteso
Le vacanze di Natale, ma ancora stiamo qui a parlarne? Ebbene sì!
Dicevo appunto che le vacanze di Natale hanno portato anche l'annuale cinema (annuale adesso che c'è Peter Jackson), e finalmente abbiamo avuto la nostra dose di hobbit indispensabile a rallegrare le nostre altrimenti squallide esistenze (ma và là).
Dato che l'amica tolkeniana latita, mi tocca parlarne per prima.
Il film Lo hobbit, la desolazione di Smaug, rigorosamente in 3D, non è stato proprio come mi auspicavo, ma è stato come in fondo mi aspettavo. Cioè, è logico che se vuoi tirare fuori tre film da uno smilzo romanzo, devi metterci qualcosa di tuo.
Ma questo in sé e per sé, non è che sia sempre un male. Sono la prima ad avere apprezzato l'aggiunta di Legolas, Orlando Bloom ha un suo perché (ma l'elfa che si innamora del nano proprio non si può accettare).
E non si può neanche sostenere, secondo me, come fa il prof in questo articolo, che ne lo hobbit ci sono comunque delle parti non scritte, tipo dove va Gandalf quando sparisce, che possono essere la scusa per aggiunte e aggiuntine.
Ci sono comunque nel film delle parti completamente diverse che è difficile spiegare in questo modo, particolarmente verso la fine, con i nani che entrano nella montagna e combattono con Smaug. Ma in questo modo si vanifica tutta la ragione per portarsi dietro uno scassinatore fin dall'inizio!
Non mi è proprio piaciuta la parte dell'enorme nano d'oro per placcare d'oro il drago-pollo (qualcuno ha detto che assomiglia più a un pollo che a un drago, una questione di ali e zampe, non chiedetemi di più che non mi ricordo neanche dove l'ho letto).
Insomma, sicuramente di questo film mi ricorderò la confezione magnum (una cosa che non ha alcun senso, ma è una di quelle cose esagerate che si fanno ogni tanto) di pop corn
Dicevo appunto che le vacanze di Natale hanno portato anche l'annuale cinema (annuale adesso che c'è Peter Jackson), e finalmente abbiamo avuto la nostra dose di hobbit indispensabile a rallegrare le nostre altrimenti squallide esistenze (ma và là).
Dato che l'amica tolkeniana latita, mi tocca parlarne per prima.
Il film Lo hobbit, la desolazione di Smaug, rigorosamente in 3D, non è stato proprio come mi auspicavo, ma è stato come in fondo mi aspettavo. Cioè, è logico che se vuoi tirare fuori tre film da uno smilzo romanzo, devi metterci qualcosa di tuo.
Ma questo in sé e per sé, non è che sia sempre un male. Sono la prima ad avere apprezzato l'aggiunta di Legolas, Orlando Bloom ha un suo perché (ma l'elfa che si innamora del nano proprio non si può accettare).
E non si può neanche sostenere, secondo me, come fa il prof in questo articolo, che ne lo hobbit ci sono comunque delle parti non scritte, tipo dove va Gandalf quando sparisce, che possono essere la scusa per aggiunte e aggiuntine.
Ci sono comunque nel film delle parti completamente diverse che è difficile spiegare in questo modo, particolarmente verso la fine, con i nani che entrano nella montagna e combattono con Smaug. Ma in questo modo si vanifica tutta la ragione per portarsi dietro uno scassinatore fin dall'inizio!
Non mi è proprio piaciuta la parte dell'enorme nano d'oro per placcare d'oro il drago-pollo (qualcuno ha detto che assomiglia più a un pollo che a un drago, una questione di ali e zampe, non chiedetemi di più che non mi ricordo neanche dove l'ho letto).
Insomma, sicuramente di questo film mi ricorderò la confezione magnum (una cosa che non ha alcun senso, ma è una di quelle cose esagerate che si fanno ogni tanto) di pop corn
...e comunque l'anno prossimo saremo ancora lì coi nostri occhialini, i nostri pop corn (magari la confezione più piccola) e le nostre critiche.
venerdì 3 gennaio 2014
Il Signore degli Anelli - Le appendici
Avevo promesso al Venerdì del libro un ultimo post sulle Appendici del Signore degli Anelli.
Le appendici sono ben sei, e sono tutte dedicate ad approfondire la storia con ulteriori spiegazioni, integrazioni, alberi genealogici e cronache dettagliate della prima, seconda e terza era. In più ci sono quelle dedicate alle lingue e alle pronunce. Sono ciò che Tolkien definisce "the necessary background of history".
Viene un po' da chiedersi perché Tolkien si sia dato così tanto da fare per compilare queste appendici, non sembrano informazioni fondamentali per la comprensione della storia. Ma allora, perché sono secondo lui necessarie?
Partiamo da quelle sulle lingue. La questione della lingua è fondamentale per Tolkien, infatti è l'unico scrittore che si pone il problema della traduzione, perché pensa che i personaggi non parlino inglese originariamente. Altri autori non si preoccupano di questo aspetto, pensiamo ad esempio a Martin, anche lui ha inventato la lingua dei Dothraki, ma gli altri personaggi parlano inglese come se fosse la lingua effettivamente utilizzata in originale.
Da qui l'importanza delle appendici filologiche.
L'altro aspetto è quello della cornice letteraria. Come facevano gli autori dei primi romanzi del 1700, che si preoccupavano di fornire informazioni su come erano venuti a conoscenza della storia assieme ad una serie di autentici falsi documenti per supportare e dare l'impressione di veridicità, così fa Tolkien.
Robinson Crusoe, Moll Flanders, Pamela, per tutte queste storie ci viene assicurato che si tratta di storie vere e ci vengono fornite le fonti (un diario ritrovato, delle lettere). Questa convenzione è andata perduta ai giorni nostri, ma veniva usata per dare la
percezione di profondità.
Le appendici danno consistenza alla storia, sottolineano che si parla di un tempo mitico, non allegorico.
Sul tema allegoria contro mito abbiamo già discusso. Tolkien va oltre, infatti la sua mitologia la troviamo nel Silmarillion, una lettura impegnativa che ho deciso di intraprendere e che condividerò con chiunque sia interessato. A presto! :-)
Le appendici sono ben sei, e sono tutte dedicate ad approfondire la storia con ulteriori spiegazioni, integrazioni, alberi genealogici e cronache dettagliate della prima, seconda e terza era. In più ci sono quelle dedicate alle lingue e alle pronunce. Sono ciò che Tolkien definisce "the necessary background of history".
Viene un po' da chiedersi perché Tolkien si sia dato così tanto da fare per compilare queste appendici, non sembrano informazioni fondamentali per la comprensione della storia. Ma allora, perché sono secondo lui necessarie?
Partiamo da quelle sulle lingue. La questione della lingua è fondamentale per Tolkien, infatti è l'unico scrittore che si pone il problema della traduzione, perché pensa che i personaggi non parlino inglese originariamente. Altri autori non si preoccupano di questo aspetto, pensiamo ad esempio a Martin, anche lui ha inventato la lingua dei Dothraki, ma gli altri personaggi parlano inglese come se fosse la lingua effettivamente utilizzata in originale.
Da qui l'importanza delle appendici filologiche.
L'altro aspetto è quello della cornice letteraria. Come facevano gli autori dei primi romanzi del 1700, che si preoccupavano di fornire informazioni su come erano venuti a conoscenza della storia assieme ad una serie di autentici falsi documenti per supportare e dare l'impressione di veridicità, così fa Tolkien.
Robinson Crusoe, Moll Flanders, Pamela, per tutte queste storie ci viene assicurato che si tratta di storie vere e ci vengono fornite le fonti (un diario ritrovato, delle lettere). Questa convenzione è andata perduta ai giorni nostri, ma veniva usata per dare la
percezione di profondità.
Le appendici danno consistenza alla storia, sottolineano che si parla di un tempo mitico, non allegorico.
Sul tema allegoria contro mito abbiamo già discusso. Tolkien va oltre, infatti la sua mitologia la troviamo nel Silmarillion, una lettura impegnativa che ho deciso di intraprendere e che condividerò con chiunque sia interessato. A presto! :-)
venerdì 27 dicembre 2013
Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re
Il viaggio cominciato con le lettrici del Venerdì del libro tre settimane fa, e per me quattro mesi fa (pant, pant, pant) con il professor Olsen, è finalmente giunto al termine, assieme alla terza era della Terra di Mezzo.
Questo venerdì parlo del Ritorno del Re, ultimo volume della trilogia del Signore degli Anelli.
Il Ritorno del Re va dalla folle cavalcata di Pipino e Gandalf su Ombromanto verso la città di Minas Tirith governata da Denethor (dopo che l'irrequieto Pipino ne ha combinata un'altra delle sue...una sbirciatina al Palantìr), ai molteplici dénouement della storia, perché come vedremo il finale non è uno solo. Dopo la distruzione dell'anello ci sono ancora un centinaio di pagine (senza contare le appendici).
In questa parte della storia abbiamo un cambiamento di tono e di stile, si potrebbe dire che il tono diventa epico. Il linguaggio dei personaggi è più formale
Pipino è spesso chiamato Peregrino. Gandalf non è più lo stregone che fa i fuochi d'artificio nella contea, ora è uno stregone di livello superiore, più potente. E Aragorn ricorda a Gimli che lui è una figura leggendaria, che ha il titolo ed è il legittimo erede di Isildur.
Mentre Aragorn si prende le sue responsabilità e Denethor si dispera, Sam diventa l'eroe della situazione.
Sam il fedele, Sam il giusto, diventa protagonista e si prende il fardello dell'anello. Non sono molti coloro che riescono a resistere al potere dell'anello come fa Sam. Tom Bombadil è uno, e l'altro è
Faramir, che ha il vantaggio tuttavia di non averlo addosso.
La forza di Sam sta in due fattori: l'amore per il suo padrone e l'umiltà. Sam dice che il suo viaggio è arrivato al termine, potrebbe anche essere la fine per lui, ma "oltre il monte, il sole si è alzato e le stelle brillano in cielo". Quello che fa l'anello alle persone è farle orientare verso se stesse, e in questo modo diminuire l'importanza e la rilevanza degli altri. Pensi di essere invincibile e importante. Le qualità di Sam lo rendono "immune". Secondo lui il male non può vincere, non c'è niente che può sconfiggere il sole e le stelle. Resistere all'anello è una tipica espressione di buon senso hobbit.
Sam ha finalmente l'occasione di uccidere Gollum, ma non lo fa, adesso che ha portato l'anello, anche se per poche ore, capisce meglio Gollum e anche lui ne ha pietà.
La distruzione dell'anello non è, quindi, la fine e la risoluzione della storia.
C'è l'incoronazione di Aragorn, e c'è Eowyn che soffre e che guarisce.
Eowyn è una sorta di proto-femminista, vuole combattere, non stare a casa a fare la calza e aspettare l'uomo che ritorna. Aragorn le ricorda che deve stare a casa non perché è una donna, ma perché anche lei fa parte di un sistema, di un ordine, ed ha un ruolo da rispettare. Tutti obbediscono, anche i più grandi, e quindi anche lei. Il ruolo di Eowyn è di guaritrice, non di colei che uccide in battaglia.
Ci sono una serie di saluti, di separazioni da cose che sono finite. Questo mondo che abbiamo conosciuto è finito per il lettore oltre che per i protagonisti, e quindi il lettore viene portato in un tour ideale di tutti i luoghi visitati, e alla fine torna al punto di partenza, alla Contea. L'ultima frase del libro è di Sam che dice "Sono tornato".
Ma questo non è un lieto fine totale, non è un viaggio come quello di Bilbo che comprende un ritorno a come era prima. Qui niente può essere come prima "ci sono ferite che non guariscono mai", e
Frodo non può far parte di questo lieto fine.
Un altro aspetto dei finali di Tolkien riguarda la sua tecnica di "risoluzione dei problemi". A volte Tolkien viene accusato di utilizzare la tecnica del deus ex machina per fornire una soluzione ad una situazione difficile. E questo è considerato in modo negativo dai critici. Ma si tratta veramente di deus ex machina? Di solito questa tecnica è usata alla fine della storia e prevede l'intervento di una divinità, di un personaggio che non fa parte della storia. E' un intervento del tutto imprevedibile. Tolkien definisce i suoi piccoli miracoli come eucatastrofi, cioè una grazia miracolosa, un inaspettato rivolgimento di situazioni. Questo sono le aquile o il ritorno di Gandalf dopo aver combattuto contro il Balrog.
l'Allegoria è un altro tema affrontato da Tolkien a commento del suo romanzo, infatti egli rifiutava di vedere la storia come un'allegoria della Seconda Guerra Mondiale. Se fosse un'allegoria, ogni singolo elemento della storia del Signore degli Anelli dovrebbe combaciare con un elemento della storia vera, e non è così. Potremmo vedere Sauron come Hitler e l'anello come la bomba atomica (forse), la Contea rappresenterebbe l'Inghilterra, ma ci sono molte altre cose che non trovano corrispondenza. Quindi potremmo dire che la storia è applicabile alla realtà, ma non è un'allegoria.
Ho detto che il nostro viaggio è giunto al termine? Mentivo, la settimana prossima dirò qualche parola sulle appendici :-)
A bientot!
Questo venerdì parlo del Ritorno del Re, ultimo volume della trilogia del Signore degli Anelli.
Il Ritorno del Re va dalla folle cavalcata di Pipino e Gandalf su Ombromanto verso la città di Minas Tirith governata da Denethor (dopo che l'irrequieto Pipino ne ha combinata un'altra delle sue...una sbirciatina al Palantìr), ai molteplici dénouement della storia, perché come vedremo il finale non è uno solo. Dopo la distruzione dell'anello ci sono ancora un centinaio di pagine (senza contare le appendici).
In questa parte della storia abbiamo un cambiamento di tono e di stile, si potrebbe dire che il tono diventa epico. Il linguaggio dei personaggi è più formale
That is the road I shall take (Aragorn)
The hour is here at last (Aragorn)la malinconia pervade il racconto, le immagini sono più gravi, l'albero bianco è piangente.
Pipino è spesso chiamato Peregrino. Gandalf non è più lo stregone che fa i fuochi d'artificio nella contea, ora è uno stregone di livello superiore, più potente. E Aragorn ricorda a Gimli che lui è una figura leggendaria, che ha il titolo ed è il legittimo erede di Isildur.
Mentre Aragorn si prende le sue responsabilità e Denethor si dispera, Sam diventa l'eroe della situazione.
Sam il fedele, Sam il giusto, diventa protagonista e si prende il fardello dell'anello. Non sono molti coloro che riescono a resistere al potere dell'anello come fa Sam. Tom Bombadil è uno, e l'altro è
Faramir, che ha il vantaggio tuttavia di non averlo addosso.
La forza di Sam sta in due fattori: l'amore per il suo padrone e l'umiltà. Sam dice che il suo viaggio è arrivato al termine, potrebbe anche essere la fine per lui, ma "oltre il monte, il sole si è alzato e le stelle brillano in cielo". Quello che fa l'anello alle persone è farle orientare verso se stesse, e in questo modo diminuire l'importanza e la rilevanza degli altri. Pensi di essere invincibile e importante. Le qualità di Sam lo rendono "immune". Secondo lui il male non può vincere, non c'è niente che può sconfiggere il sole e le stelle. Resistere all'anello è una tipica espressione di buon senso hobbit.
Sam ha finalmente l'occasione di uccidere Gollum, ma non lo fa, adesso che ha portato l'anello, anche se per poche ore, capisce meglio Gollum e anche lui ne ha pietà.
La distruzione dell'anello non è, quindi, la fine e la risoluzione della storia.
C'è l'incoronazione di Aragorn, e c'è Eowyn che soffre e che guarisce.
Eowyn è una sorta di proto-femminista, vuole combattere, non stare a casa a fare la calza e aspettare l'uomo che ritorna. Aragorn le ricorda che deve stare a casa non perché è una donna, ma perché anche lei fa parte di un sistema, di un ordine, ed ha un ruolo da rispettare. Tutti obbediscono, anche i più grandi, e quindi anche lei. Il ruolo di Eowyn è di guaritrice, non di colei che uccide in battaglia.
Ci sono una serie di saluti, di separazioni da cose che sono finite. Questo mondo che abbiamo conosciuto è finito per il lettore oltre che per i protagonisti, e quindi il lettore viene portato in un tour ideale di tutti i luoghi visitati, e alla fine torna al punto di partenza, alla Contea. L'ultima frase del libro è di Sam che dice "Sono tornato".
Ma questo non è un lieto fine totale, non è un viaggio come quello di Bilbo che comprende un ritorno a come era prima. Qui niente può essere come prima "ci sono ferite che non guariscono mai", e
Frodo non può far parte di questo lieto fine.
Un altro aspetto dei finali di Tolkien riguarda la sua tecnica di "risoluzione dei problemi". A volte Tolkien viene accusato di utilizzare la tecnica del deus ex machina per fornire una soluzione ad una situazione difficile. E questo è considerato in modo negativo dai critici. Ma si tratta veramente di deus ex machina? Di solito questa tecnica è usata alla fine della storia e prevede l'intervento di una divinità, di un personaggio che non fa parte della storia. E' un intervento del tutto imprevedibile. Tolkien definisce i suoi piccoli miracoli come eucatastrofi, cioè una grazia miracolosa, un inaspettato rivolgimento di situazioni. Questo sono le aquile o il ritorno di Gandalf dopo aver combattuto contro il Balrog.
l'Allegoria è un altro tema affrontato da Tolkien a commento del suo romanzo, infatti egli rifiutava di vedere la storia come un'allegoria della Seconda Guerra Mondiale. Se fosse un'allegoria, ogni singolo elemento della storia del Signore degli Anelli dovrebbe combaciare con un elemento della storia vera, e non è così. Potremmo vedere Sauron come Hitler e l'anello come la bomba atomica (forse), la Contea rappresenterebbe l'Inghilterra, ma ci sono molte altre cose che non trovano corrispondenza. Quindi potremmo dire che la storia è applicabile alla realtà, ma non è un'allegoria.
Ho detto che il nostro viaggio è giunto al termine? Mentivo, la settimana prossima dirò qualche parola sulle appendici :-)
A bientot!
venerdì 20 dicembre 2013
Il Signore degli Anelli - Le due Torri
La seconda parte de Il Signore degli Anelli, Le due torri, parte dalla morte di Boromir e lo scioglimento della Compagnia e arriva fino a quando Frodo e Sam sono nella tana di Shelob, per un riassunto dettagliato vi mando ancora una volta qui.
Cosa ci dice il professore di questo libro?
Moltissime cose, non vi nascondo che ho avuto vari momenti di sconforto quando ho dovuto ascoltare ben 9 lezioni su i-tunesU di un paio d'ore ciascuna, non perché non siano interessanti, ma perché è stato un lavoro lungo e che ho dovuto diluire nel tempo (le lezioni si sono svolte a fine agosto/settembre, ed io le ho finite solo a fine ottobre).
Anyways, come direbbero gli americani, ce l'abbiamo fatta.
L'aspetto che più mi ha colpito di questo secondo episodio è il fatto che qui, bene o male tutti i personaggi devono compiere delle scelte. E anche se il prof ci mette in guardia: "non è semplicemente il libro delle scelte, ma è molto di più" in pratica passa ore a parlare delle scelte di tutti. Quindi lo farò anch'io ;-)
Vale la pena notare che non tutte le scelte sono giuste. O meglio, cosa sono le scelte giuste e le scelte sbagliate? Se prendessimo il buon senso come metro di misura, probabilmente molte scelte fatte dai personaggi non sarebbero considerate giuste, ma ogni scelta porta a delle conseguenze che portano a loro volta ad un certo finale, che sin dall'inizio appare molto improbabile (sempre dal punto di vista della realizzabilità)...vi ricorda qualcosa? :-)
Ma partiamo dall'inizio, dopo che Boromir e gli hobbit sono stati attaccati dagli orchetti, Aragorn corre su per la collina, sente il corno di Boromir e va a soccorrerlo. Quando arriva fa in tempo a dirgli le ultime parole e poi Boromir muore.
Il primo a dover compiere una scelta è proprio Aragorn: seguire Frodo e Sam che si sono diretti a Mordor o seguire gli orchetti che hanno fatto prigionieri Merry e Pipino? La scelta è ardua, Aragorn ha promesso di accompagnare il portatore dell'anello, e perdere due hobbit potrebbe sembrare il male minore, ma alla fine sceglie quello che a prima vista è meno logico. Se avesse seguito Frodo, avrebbe potuto essergli utile, ma questo avrebbe comportato abbandonare altri due membri della Compagnia a "tortura e morte", e secondo il principio della Compagnia, non si abbandona mai nessuno per il bene maggiore. Quindi Aragorn non andrà né a Gondor (come gli aveva chiesto Boromir), né a Mordor assieme a Frodo e Sam, bensì verso il Nord per tentare di salvare gli hobbit.
Merry e Pipino, dopo essere riusciti a sfuggire agli orchetti approfittando di un "momento di confusione" (nientemeno che un massacro di questi ultimi ad opera dei cavalieri di Rohan), ci portano nel bosco degli Ent, ed entriamo in uno dei momenti mitici di Tolkien, con la storia delle Entesse perdute.
Da Barbalbero apprendiamo la differenza di prospettiva: quando gli hobbit gli chiedono da che parte stanno gli Ent, lui risponde che per gli Ent questo mondo è transitorio, come lo sono gli Elfi e gli Uomini. Gli Ent hanno una diversa concezione del tempo:
Anche Saruman è un personaggio che ad un certo punto della storia ha compiuto una scelta, è passato dalla parte del nemico, Gandalf lo chiama "fool" e "mad", mentre prima era "il saggio"
e per questo si potrebbe dire che proprio perché è saggio ed ha la vista più lunga, sceglie di stare con chi ha maggiore probabilità di vincere, cioè Sauron. Anche Isengard rappresenta l'eternità, tutto è di pietra, eterno, mentre il mondo degli elfi che sta per finire è fatto di legno ed erba, che sono belli ma possono appassire e morire.
Frodo sceglie per fede nel suo destino e per speranza. E' fatalista, nel senso che si affida al fato, si rassegna al suo destino:
Sam sceglie per amore. Non ha mai avuto vera speranza, ma decide di seguire il suo padrone. Il successo della missione non è rilevante per lui, è importante solo servire il suo padrone.
Gollum, il personaggio più interessante secondo me, dopo aver
lottato con le sue due parti Servile e Scurrile (Slinker and Stinker), Smeagol e Gollum, sceglie di tradire Frodo.
Ed è anche questo parte del fato.
La raffigurazione delle dei due lati di questo personaggio è bellissima: nei suoi occhi si alterna una luce pallida ad una luce verde quando parla con se stesso. C'è anche il cambio dell'uso del pronome, Gollum usa "noi", mentre Smeagol usa "io, lui".
Ma non si tratta di lato buono contro lato cattivo, bensì di lato apertamente cattivo contro lato segretamente cattivo.
Faramir sceglie di lasciare libero Frodo e lasciarlo proseguire disobbedendo agli ordini ricevuti e consapevole che sarà criticato per questo, da suo padre Denethor.
E quindi, tra crocevia e scelte, destino, fato e grandi imprese, si conclude il secondo capitolo della trilogia, con il quale partecipo senz'altro al venerdì del libro di homemademamma.
Cosa ci dice il professore di questo libro?
Moltissime cose, non vi nascondo che ho avuto vari momenti di sconforto quando ho dovuto ascoltare ben 9 lezioni su i-tunesU di un paio d'ore ciascuna, non perché non siano interessanti, ma perché è stato un lavoro lungo e che ho dovuto diluire nel tempo (le lezioni si sono svolte a fine agosto/settembre, ed io le ho finite solo a fine ottobre).
Anyways, come direbbero gli americani, ce l'abbiamo fatta.
L'aspetto che più mi ha colpito di questo secondo episodio è il fatto che qui, bene o male tutti i personaggi devono compiere delle scelte. E anche se il prof ci mette in guardia: "non è semplicemente il libro delle scelte, ma è molto di più" in pratica passa ore a parlare delle scelte di tutti. Quindi lo farò anch'io ;-)
Vale la pena notare che non tutte le scelte sono giuste. O meglio, cosa sono le scelte giuste e le scelte sbagliate? Se prendessimo il buon senso come metro di misura, probabilmente molte scelte fatte dai personaggi non sarebbero considerate giuste, ma ogni scelta porta a delle conseguenze che portano a loro volta ad un certo finale, che sin dall'inizio appare molto improbabile (sempre dal punto di vista della realizzabilità)...vi ricorda qualcosa? :-)
Ma partiamo dall'inizio, dopo che Boromir e gli hobbit sono stati attaccati dagli orchetti, Aragorn corre su per la collina, sente il corno di Boromir e va a soccorrerlo. Quando arriva fa in tempo a dirgli le ultime parole e poi Boromir muore.
Il primo a dover compiere una scelta è proprio Aragorn: seguire Frodo e Sam che si sono diretti a Mordor o seguire gli orchetti che hanno fatto prigionieri Merry e Pipino? La scelta è ardua, Aragorn ha promesso di accompagnare il portatore dell'anello, e perdere due hobbit potrebbe sembrare il male minore, ma alla fine sceglie quello che a prima vista è meno logico. Se avesse seguito Frodo, avrebbe potuto essergli utile, ma questo avrebbe comportato abbandonare altri due membri della Compagnia a "tortura e morte", e secondo il principio della Compagnia, non si abbandona mai nessuno per il bene maggiore. Quindi Aragorn non andrà né a Gondor (come gli aveva chiesto Boromir), né a Mordor assieme a Frodo e Sam, bensì verso il Nord per tentare di salvare gli hobbit.
Merry e Pipino, dopo essere riusciti a sfuggire agli orchetti approfittando di un "momento di confusione" (nientemeno che un massacro di questi ultimi ad opera dei cavalieri di Rohan), ci portano nel bosco degli Ent, ed entriamo in uno dei momenti mitici di Tolkien, con la storia delle Entesse perdute.
Da Barbalbero apprendiamo la differenza di prospettiva: quando gli hobbit gli chiedono da che parte stanno gli Ent, lui risponde che per gli Ent questo mondo è transitorio, come lo sono gli Elfi e gli Uomini. Gli Ent hanno una diversa concezione del tempo:
Non mi sono mai preoccupato delle Grandi Guerre, riguardano soprattutto Elfi e Uomini. Preoccuparsene è compito degli Stregoni, che sono sempre molto inquieti per il futuro. Io non sono dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla mia part
Anche Saruman è un personaggio che ad un certo punto della storia ha compiuto una scelta, è passato dalla parte del nemico, Gandalf lo chiama "fool" e "mad", mentre prima era "il saggio"
when did Saruman the grand abandon reason for madness?ma in realtà è l'impresa della Compagnia dell'Anello ad essere una follia, le speranze sono sempre pochissime e appese ad un filo
e per questo si potrebbe dire che proprio perché è saggio ed ha la vista più lunga, sceglie di stare con chi ha maggiore probabilità di vincere, cioè Sauron. Anche Isengard rappresenta l'eternità, tutto è di pietra, eterno, mentre il mondo degli elfi che sta per finire è fatto di legno ed erba, che sono belli ma possono appassire e morire.
Frodo sceglie per fede nel suo destino e per speranza. E' fatalista, nel senso che si affida al fato, si rassegna al suo destino:
It's my doom, I think, to go to that shadow yonder so that a way should be foundsceglie di prendere Gollum come guida, di non ucciderlo, per pietà e per compassione (pity and mercy).
Sam sceglie per amore. Non ha mai avuto vera speranza, ma decide di seguire il suo padrone. Il successo della missione non è rilevante per lui, è importante solo servire il suo padrone.
Gollum, il personaggio più interessante secondo me, dopo aver
lottato con le sue due parti Servile e Scurrile (Slinker and Stinker), Smeagol e Gollum, sceglie di tradire Frodo.
Ed è anche questo parte del fato.
La raffigurazione delle dei due lati di questo personaggio è bellissima: nei suoi occhi si alterna una luce pallida ad una luce verde quando parla con se stesso. C'è anche il cambio dell'uso del pronome, Gollum usa "noi", mentre Smeagol usa "io, lui".
Ma non si tratta di lato buono contro lato cattivo, bensì di lato apertamente cattivo contro lato segretamente cattivo.
Faramir sceglie di lasciare libero Frodo e lasciarlo proseguire disobbedendo agli ordini ricevuti e consapevole che sarà criticato per questo, da suo padre Denethor.
E quindi, tra crocevia e scelte, destino, fato e grandi imprese, si conclude il secondo capitolo della trilogia, con il quale partecipo senz'altro al venerdì del libro di homemademamma.
venerdì 13 dicembre 2013
Il signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello
Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.
La trama di questo romanzo è talmente conosciuta che non la ripeterò, ma la potete trovare qui, dirò solamente che il primo volume della trilogia, La Compagnia dell'Anello, va dal centoundicesimo compleanno di Bilbo e trentatreesimo di Frodo nello stesso giorno, al momento in cui si scioglie la compagnia partita da Granburrone (con Gandalf lo stregone, Frodo, Pipino, Merry e Sam gli hobbit, Gimli il nano, Boromir e Aragorn gli uomini, Legolas l'elfo) e Frodo e Sam partono insieme per l'ultima tappa della missione: la Terra d'Ombra o Mordor.
Il Signore degli Anelli fu pubblicato per la prima volta nel 1954, destinato ad un pubblico che per la prima volta (se escludiamo Lo Hobbit) sentiva parlare di elfi, nani, stregoni e altre creature.
Questo è un punto fondamentale da tenere a mente, infatti leggere
Il Signore degli Anelli oggi è un'esperienza totalmente differente da quella del lettore del 1954, come sostiene the Tolkien Professor. Tolkien, infatti, si è inventato di sana pianta un passato - i personaggi e gli avvenimenti sono la creazione del passato dell'Europa, con tanto di guerre, miti, leggende e lingue.
Una possibile fonte d'ispirazione potrebbero essere le storie di fate irlandesi, c'è una parte con i tumuli funerari, che per secoli gli irlandesi hanno chiamato le colline delle fate e si tratta di personaggi che ovviamente oggi non esistono più, e da qui il tono di consapevolezza di appartenere ad un mondo che è destinato a finire che pervade tutta la trilogia (in particolare gli elfi).
Il Signore degli Anelli oggi è un'esperienza totalmente differente da quella del lettore del 1954, come sostiene the Tolkien Professor. Tolkien, infatti, si è inventato di sana pianta un passato - i personaggi e gli avvenimenti sono la creazione del passato dell'Europa, con tanto di guerre, miti, leggende e lingue.
Una possibile fonte d'ispirazione potrebbero essere le storie di fate irlandesi, c'è una parte con i tumuli funerari, che per secoli gli irlandesi hanno chiamato le colline delle fate e si tratta di personaggi che ovviamente oggi non esistono più, e da qui il tono di consapevolezza di appartenere ad un mondo che è destinato a finire che pervade tutta la trilogia (in particolare gli elfi).
Alla luce di questo fatto, è comprensibile perché il prologo sia dedicato interamente agli hobbit, le loro origini, la storia e tutto ciò che li riguarda, compresi abitudini e carattere.
In realtà, la descrizione degli hobbit come questa gente tranquilla,
buona e assolutamente aliena a stranezze e a colpi di testa viene
meno quasi subito. Sappiamo che Bilbo è partito per un'avventura,
Frodo stesso parte per Granburrone, ma anche i suoi amici Sam, Pipino e Merry sono pronti a partire con lui. Frodo si aspetta che cerchino di fermarlo ma in realtà vogliono andare anche loro. Frodo non si aspetta che altri hobbit siano spavaldi come lui e Bilbo, ma sottovaluta la forza dell'amicizia.
Appena partiti incontrano gli elfi. Sam ha sempre voluto conoscerli e finalmente li incontra. Sam dirà di loro:
Non so come dire, ma è come se fossero al di sopra di ciò che piace o non piace. Quel che penso di loro non conta. Sono molto diversi da come me li immaginavo: così giovani e vecchi, e così felici e tristi allo stesso tempo.
Gli elfi sono strane creature, sono decisamente buoni, nel senso che sono nemici di Sauron, ma sono un po' distaccati, non si
immischiano nelle faccende degli uomini o degli altri abitanti della Terra di Mezzo. Decidono di offrire la loro protezione agli hobbit solo quando questi ultimi rivelano di essere seguiti dai Nazgul.
Ci sono parecchie creature nella Terra di Mezzo che non sembrano partecipare al dramma che stanno vivendo i nostri personaggi, come dovrebbe essere, dato che se Sauron vincesse ne risentirebbero tutti. Tom Bombadil e Baccador ne sono un esempio. Tom è un'esuberante creatura, che si esprime solo in versi cantati e sembra interessato solo a se stesso e a Baccador. Vive nella vecchia foresta, dove c'è il Sinuosalice che quasi si mangia gli hobbit, ma lui, nonostante li salvi, non ci pensa neanche a distruggere questa pianta decisamente cattiva.
Sulla via per Granburrone, con Aragorn (o Granpasso) incontrato alla locanda del Puledro Impennato, dopo che Frodo è stato ferito da un Nazgul, avviene l'incontro con Glorfindel, un elfo di Granburrone. Questo è un altro intervento inaspettato, la luce che si oppone all'oscurità. E' la prima volta che vediamo che gli elfi sono creature molto potenti, e non solo esseri che cantano e ballano come Gildor e gli elfi che abbiamo visto finora.
Glorfindel ha poteri guaritori, quando tocca la ferita di Frodo egli si sente subito meglio. Purtroppo nella versione cinematografica Glorfindel è sostituito da Arwen, che non è così potente, infatti lei scappa dai cavalieri, non li terrorizza e li caccia come lui.
Granburrone ne Lo Hobbit è l'Ultima Casa Accogliente, una tappa del viaggio, mentre qui è un luogo di transizione. E' il luogo dove tutte le prospettive cambiano, capiamo tante cose. Doveva essere la meta del viaggio di Frodo e invece diventa il punto di partenza.
Il Caradhras (la montagna) è un altro luogo che sembra dotato di vita e volontà proprie. Nel film è Saruman che manda la tempesta, viene tutto fatto rientrare nella lotta Gandalf-Saruman. Nel libro Caradhras è una montagna "viva", è una montagna di Moria, come dice Gimli; e Aragorn sostiene che ci sono molte cose alle quali non piacciono le persone. Ci sono tante creature a cui non piacciono gli elfi o gli umani, che vivono un'esistenza indipendente e si disinteressano del destino degli esseri a due zampe.
Dopo essere sopravvissuti alle miniere di Moria (perdendo però Gandalf), la compagnia va a Lothlòrien, dimora di altri elfi e di Galadriel la loro signora. Qui Frodo capisce, o riconosce quello che ha sempre saputo, che deve andare per forza a Mordor, e da solo. Tuttavia non riuscirà a lasciarsi indietro il fedele Sam.
Con questa recensione partecipo al venerdì del libro di homemademamma. Alla prossima settimana con Le Due Torri
venerdì 29 novembre 2013
Autobiography
Quando ho sentito parlare di questo libro, ho subito pensato che lo volevo, lo volevo tantissimo, e non preso in prestito dalla biblioteca. Non potevo neanche aspettare che lo traducessero in italiano, quindi l'ho ordinato sul mio sito preferito di vendite on line e mi sono detta che era il mio regalo di Natale.
Ed è arrivato.
Di già.
Ho accarezzato l'idea di impacchettarlo e aprirlo a Natale fingendo stupore e gioia, ma la cosa è durata lo spazio di qualche ora :-)
Tre giorni dopo (uno era domenica, per cui "ci ho dato dentro") l'avevo finito.
Prima di tutto, mi aspettavo un libricino leggero, e invece sono più di 400 pagine. Prima cosa positiva.
Dopo aver superato lo shock iniziale del linguaggio usato, nel senso che ho dovuto abituarmi allo stile di scrittura: pochi segni di punteggiatura, niente capitoli, vocaboli difficili, espressioni colloquiali poco comuni se non sei un Hulmerist, sono stata completamente assorbita dal mondo di Morrissey, e non sono più riuscita a mettere giù il libro fino alla fine.
A me Morrissey è sempre piaciuto 16 clumsy and shy, the story of my life, un verso di una delle sue canzoni e anche una frase citata nel libro, hei, ma sono (ero) io!!! Adesso sono più 44 clumsy and a little less shy.
Ma non ho mai saputo niente della sua vita privata.
C'è un'ampia sezione iniziale che parla della sua infanzia. Nato a Manchester da famiglia irlandese, il quartiere, le scuole da incubo, la passione per la musica sin da piccolo.
Poi l'incontro con Johnny Marr, l'altro Smiths e il successo, ma sempre smorzato, a causa di vari "contrattempi", tipo la sua sprovvedutezza e ingenuità (e la disonestà delle persone che si approfittavano di lui) nel mettere firme nei posti sbagliati, l'inadeguatezza della casa discografica che non riusciva a tenere il passo con le richieste, e sempre sempre sempre il problema con la stampa.
E' una costante della sua vita, i giornalisti che sembra godano a metterlo in cattiva luce, dipingendolo come un'estrema testa di cazzo, mentre in realtà si scopre che è sempre stato piuttosto tranquillo, soprattutto per gli standard di una rock star:
per esempio.
Poi c'è la grande sezione dedicata alla causa intentata e vinta, contro ogni logica, da un musicista che suonava negli Smiths, nota bene, suonava negli Smiths, non era parte degli Smiths, che un tot di anni dopo che gli Smiths si erano sciolti, se ne esce con la richiesta di avere il 25% dei profitti, e non "solo" il 10, come aveva accettato e firmato all'epoca.
Questa parte bisogna leggerla, non me la sento di fare un bigino, perché è tutto molto ben spiegato, con riferimenti a varie pagine della sentenza e con la spiegazione del perché tutto ciò sia una follia, quasi una ripicca, un dispetto al personaggio Morrissey.
E poi tanto spettacolo, concerti, vita in tour, successo di pubblico che non riesce mai a tradursi in vero benessere.
E infine le tante sfighe che sembrano non finire mai.
Ecco, se avete curiosità da tabliod sulla vita privata di Morrissey, fate a meno di leggere la sua autobiografia, non troverete niente di tutto ciò. Ma se vi volete commuovere, arrabbiare, indignare e empatizzare, prego c'è posto.
Uno stra-consiglio per le amiche del venerdì del libro di Homemademamma, alle quali torno dopo lunga assenza per cause di forza maggiore (la vita), ma un ritorno con il botto ;-)
Ed è arrivato.
Di già.
Ho accarezzato l'idea di impacchettarlo e aprirlo a Natale fingendo stupore e gioia, ma la cosa è durata lo spazio di qualche ora :-)
Tre giorni dopo (uno era domenica, per cui "ci ho dato dentro") l'avevo finito.
Prima di tutto, mi aspettavo un libricino leggero, e invece sono più di 400 pagine. Prima cosa positiva.
Dopo aver superato lo shock iniziale del linguaggio usato, nel senso che ho dovuto abituarmi allo stile di scrittura: pochi segni di punteggiatura, niente capitoli, vocaboli difficili, espressioni colloquiali poco comuni se non sei un Hulmerist, sono stata completamente assorbita dal mondo di Morrissey, e non sono più riuscita a mettere giù il libro fino alla fine.
A me Morrissey è sempre piaciuto 16 clumsy and shy, the story of my life, un verso di una delle sue canzoni e anche una frase citata nel libro, hei, ma sono (ero) io!!! Adesso sono più 44 clumsy and a little less shy.
Ma non ho mai saputo niente della sua vita privata.
C'è un'ampia sezione iniziale che parla della sua infanzia. Nato a Manchester da famiglia irlandese, il quartiere, le scuole da incubo, la passione per la musica sin da piccolo.
Poi l'incontro con Johnny Marr, l'altro Smiths e il successo, ma sempre smorzato, a causa di vari "contrattempi", tipo la sua sprovvedutezza e ingenuità (e la disonestà delle persone che si approfittavano di lui) nel mettere firme nei posti sbagliati, l'inadeguatezza della casa discografica che non riusciva a tenere il passo con le richieste, e sempre sempre sempre il problema con la stampa.
E' una costante della sua vita, i giornalisti che sembra godano a metterlo in cattiva luce, dipingendolo come un'estrema testa di cazzo, mentre in realtà si scopre che è sempre stato piuttosto tranquillo, soprattutto per gli standard di una rock star:
David* quietly tells me, "You know, I've had so much sex and drugs that I can't believe I'm still alive," and I loudly tell him, "You know, I've had SO LITTLE sex and drugs that I can't believe I'm still alive."*[David Bowie, ndr]
per esempio.
Poi c'è la grande sezione dedicata alla causa intentata e vinta, contro ogni logica, da un musicista che suonava negli Smiths, nota bene, suonava negli Smiths, non era parte degli Smiths, che un tot di anni dopo che gli Smiths si erano sciolti, se ne esce con la richiesta di avere il 25% dei profitti, e non "solo" il 10, come aveva accettato e firmato all'epoca.
Questa parte bisogna leggerla, non me la sento di fare un bigino, perché è tutto molto ben spiegato, con riferimenti a varie pagine della sentenza e con la spiegazione del perché tutto ciò sia una follia, quasi una ripicca, un dispetto al personaggio Morrissey.
E poi tanto spettacolo, concerti, vita in tour, successo di pubblico che non riesce mai a tradursi in vero benessere.
E infine le tante sfighe che sembrano non finire mai.
Ecco, se avete curiosità da tabliod sulla vita privata di Morrissey, fate a meno di leggere la sua autobiografia, non troverete niente di tutto ciò. Ma se vi volete commuovere, arrabbiare, indignare e empatizzare, prego c'è posto.
Uno stra-consiglio per le amiche del venerdì del libro di Homemademamma, alle quali torno dopo lunga assenza per cause di forza maggiore (la vita), ma un ritorno con il botto ;-)
venerdì 4 ottobre 2013
Assassino Senza Volto
Dal sito della Marsilio Editori, apprendo che Henning Mankell ha vinto il premio Raymond Chandler 2013 per la serie di romanzi gialli con protagonista l'ispettore Wallander.
E' per questo che oggi parlo di questo romanzo del 1991, in Italia uscito nel 2001, che ho letto qualche tempo fa e riletto per l'occasione.

Non parlerò della trama perché sarebbe un delitto forse peggiore di quello descritto nel romanzo, ma parlerò della figura dell'ispettore Wallander.
E' interessante notare come ci sia una sorta di filo conduttore che lega tutti gli ispettori di polizia di ogni latitudine.
L'ispettore è di solito single o divorziato. Wallander è stato lasciato da sua moglie Mona da poco, e il rapporto con la figlia che era idilliaco durante la sua infanzia, si è guastato irrimediabilmente ora che è cresciuta. Insomma, l'ispettore è un personaggio che spesso sacrifica la vita privata a favore della professione. Nel caso di Wallander c'è anche un padre anziano che avrebbe bisogno di più cure e attenzioni, ma anche qui latita.
Vengono in mente Morse, Petra Delicado, Rebus...
L'ispettore mangia male - è ingrassato di otto chili da quando l'ha lasciato la moglie - beve e fuma troppo, non sa neanche curare la sua salute. Ancora Rebus e Morse.
Le passioni: un grande classico, Wallander adora la musica classica e la lirica. Morse.
A prima vista, non sembrerebbe un granché. Chi vorrebbe avere a che fare con un tipo del genere? Eppure questi personaggi riescono ad accattivarsi le nostre simpatie, e seguiamo con trepidazione le loro avventure.
Dopo questa prima puntata, possiamo continuare a seguire le vicende di Wallander nei romanzi successivi, ed è in uscita l'ultima sua fatica, il 9 ottobre

un altro consiglio per il venerdì del libro di homemademamma.
E' per questo che oggi parlo di questo romanzo del 1991, in Italia uscito nel 2001, che ho letto qualche tempo fa e riletto per l'occasione.
Non parlerò della trama perché sarebbe un delitto forse peggiore di quello descritto nel romanzo, ma parlerò della figura dell'ispettore Wallander.
E' interessante notare come ci sia una sorta di filo conduttore che lega tutti gli ispettori di polizia di ogni latitudine.
L'ispettore è di solito single o divorziato. Wallander è stato lasciato da sua moglie Mona da poco, e il rapporto con la figlia che era idilliaco durante la sua infanzia, si è guastato irrimediabilmente ora che è cresciuta. Insomma, l'ispettore è un personaggio che spesso sacrifica la vita privata a favore della professione. Nel caso di Wallander c'è anche un padre anziano che avrebbe bisogno di più cure e attenzioni, ma anche qui latita.
Vengono in mente Morse, Petra Delicado, Rebus...
L'ispettore mangia male - è ingrassato di otto chili da quando l'ha lasciato la moglie - beve e fuma troppo, non sa neanche curare la sua salute. Ancora Rebus e Morse.
Le passioni: un grande classico, Wallander adora la musica classica e la lirica. Morse.
A prima vista, non sembrerebbe un granché. Chi vorrebbe avere a che fare con un tipo del genere? Eppure questi personaggi riescono ad accattivarsi le nostre simpatie, e seguiamo con trepidazione le loro avventure.
Dopo questa prima puntata, possiamo continuare a seguire le vicende di Wallander nei romanzi successivi, ed è in uscita l'ultima sua fatica, il 9 ottobre
un altro consiglio per il venerdì del libro di homemademamma.
venerdì 27 settembre 2013
Il Ciclo di Bartimeus
Tra le letture estive scelgo oggi una trilogia scritta da Jonathan Stroud. Veramente c'è anche un quarto volume, ma non l'ho letto e poi cambia l'epoca e alcuni protagonisti, quindi lo metterei da parte per ora.
Questi sono i tre volumi
L'Amuleto di Samarcanda
L'Occhio del Golem
La Porta di Tolomeo
Prima di leggerli, mi erano stati raccomandati da mio marito che li definiva "bellissimi, meglio di Harry Potter". Affermazione forte, ma mi ha incuriosito.
Dopo averli letti, posso dire con cognizione di causa che non sono meglio di Harry Potter, e spiego perché:
l'ambientazione è simile, siamo a Londra ai giorni nostri, i protagonisti sono sempre dei maghi, ma mentre i maghi della Rowling sono personaggi in generale positivi, e i cattivi ci sono anche lì, ma sono "dei maghi che sbagliano", in Stroud i maghi sono personaggi negativi di per sé. Descritti come personaggi assetati di potere ma privi di talenti, perché senza l'aiuto degli spiriti che loro schiavizzano non sarebbero di grado di fare niente, in più persecutori nei confronti dei non maghi (chiamati comuni).
E' vero che ci si può identificare con i comuni della Resistenza, che cercano di opporsi allo strapotere e all'oppressione dei maghi, ma in questo modo manca tutta la parte che con Harry Potter faceva volare la fantasia del lettore (chi non ha mai provato a fare l'incantesimo "accio-qualcosa" quando non trova l'oggetto o non ha voglia di alzarsi?).
Stroud inserisce personaggi reali nei suoi romanzi, e i più importanti, autorevoli e potenti personaggi storici del passato sono/erano maghi. I maghi controllano il Governo, sono i Ministri e i Premier, e a spese dei poveri comuni accumulano potere e ricchezza, trattandoli come legna da ardere. Non è mai successo che un comune sia riuscito a vincere una causa contro un mago, nonostante abbia ragione da vendere e ci siano prove inconfutabili.
Si potrebbe vedere una metafora del mondo moderno in tutto ciò, le ingiustizie, il popolo bue...ma personalmente quando leggo ho bisogno di sognare, altrimenti leggerei solo cronache e guarderei la Gabanelli tutti i giorni.
Una critica che ho sentito spesso fare alla Rowling, che però io non condivido, è che dopo la prima puntata, la storia si ripete troppo uguale, perché tutti gli anni Harry va a scuola. Beh, a parte il fatto che è la realtà, non è forse così per tutti fino a che non finisci il ciclo di studi? E poi Hogwarts è una scuola molto sui generis, direi.
Stroud invece costruisce i suoi tre capitoli ogni volta su un oggetto magico diverso: un amuleto, un golem e una porta verso un'altra dimensione.
Il punto di vista è quello di uno spirito, non del mago o della comune protagonisti della storia, e sebbene voglia essere un personaggio acuto e brillante, la narrazione è troppo spesso spezzata dalle note, che sono parte integrante del testo perché sono degli aside a beneficio di noi lettori che non ci intendiamo di cose e creature magiche.
Nel mondo della Rowling entriamo invece in modo molto più naturale, senza bisogno di spiegazioni aggiuntive perché basta seguire le vicende e i dialoghi.
Tutto sommato potrebbe essere uno sconsiglio per le amiche del venerdì del libro, ma in realtà non lo è. Queste sono solo le mie impressioni, ma ad altri è piaciuto molto. Se qualcuno l'ha letto attendo le sue opinioni.
Questi sono i tre volumi
L'Amuleto di Samarcanda
L'Occhio del Golem
La Porta di Tolomeo
Prima di leggerli, mi erano stati raccomandati da mio marito che li definiva "bellissimi, meglio di Harry Potter". Affermazione forte, ma mi ha incuriosito.
Dopo averli letti, posso dire con cognizione di causa che non sono meglio di Harry Potter, e spiego perché:
l'ambientazione è simile, siamo a Londra ai giorni nostri, i protagonisti sono sempre dei maghi, ma mentre i maghi della Rowling sono personaggi in generale positivi, e i cattivi ci sono anche lì, ma sono "dei maghi che sbagliano", in Stroud i maghi sono personaggi negativi di per sé. Descritti come personaggi assetati di potere ma privi di talenti, perché senza l'aiuto degli spiriti che loro schiavizzano non sarebbero di grado di fare niente, in più persecutori nei confronti dei non maghi (chiamati comuni).
E' vero che ci si può identificare con i comuni della Resistenza, che cercano di opporsi allo strapotere e all'oppressione dei maghi, ma in questo modo manca tutta la parte che con Harry Potter faceva volare la fantasia del lettore (chi non ha mai provato a fare l'incantesimo "accio-qualcosa" quando non trova l'oggetto o non ha voglia di alzarsi?).
Stroud inserisce personaggi reali nei suoi romanzi, e i più importanti, autorevoli e potenti personaggi storici del passato sono/erano maghi. I maghi controllano il Governo, sono i Ministri e i Premier, e a spese dei poveri comuni accumulano potere e ricchezza, trattandoli come legna da ardere. Non è mai successo che un comune sia riuscito a vincere una causa contro un mago, nonostante abbia ragione da vendere e ci siano prove inconfutabili.
Si potrebbe vedere una metafora del mondo moderno in tutto ciò, le ingiustizie, il popolo bue...ma personalmente quando leggo ho bisogno di sognare, altrimenti leggerei solo cronache e guarderei la Gabanelli tutti i giorni.
Una critica che ho sentito spesso fare alla Rowling, che però io non condivido, è che dopo la prima puntata, la storia si ripete troppo uguale, perché tutti gli anni Harry va a scuola. Beh, a parte il fatto che è la realtà, non è forse così per tutti fino a che non finisci il ciclo di studi? E poi Hogwarts è una scuola molto sui generis, direi.
Stroud invece costruisce i suoi tre capitoli ogni volta su un oggetto magico diverso: un amuleto, un golem e una porta verso un'altra dimensione.
Il punto di vista è quello di uno spirito, non del mago o della comune protagonisti della storia, e sebbene voglia essere un personaggio acuto e brillante, la narrazione è troppo spesso spezzata dalle note, che sono parte integrante del testo perché sono degli aside a beneficio di noi lettori che non ci intendiamo di cose e creature magiche.
Nel mondo della Rowling entriamo invece in modo molto più naturale, senza bisogno di spiegazioni aggiuntive perché basta seguire le vicende e i dialoghi.
Tutto sommato potrebbe essere uno sconsiglio per le amiche del venerdì del libro, ma in realtà non lo è. Queste sono solo le mie impressioni, ma ad altri è piaciuto molto. Se qualcuno l'ha letto attendo le sue opinioni.
venerdì 20 settembre 2013
Lo hobbit
Era tempo di rileggere questo grande classico, i segni sono stati ben due: è uscito il primo episodio della serie cinematografica (per la verità è in uscita il secondo) e ho scoperto delle lezioni su i-tunes del professor Corey Olsen.
Ho cominciato quindi a leggere il romanzo e di pari passo ascoltare le lezioni del professore, e cercherò di riassumere il tutto - brevemente. Ovviamente a chi conosce bene l'inglese ed è interessato consiglio di ascoltarsele, anche perché sono parecchie (mi pare trattino di due capitoli alla volta) e durano più di un'ora ciascuna, quindi la mia sintesi sarà mooolto parziale.
Lo hobbit è stato scritto 20 anni prima de Il Signore degli Anelli, ma la versione che conosciamo noi è un'edizione rivisitata del 1951. In questa edizione sono state fatte delle modifiche, essenzialmente per collegarlo alla vicenda del Signore degli Anelli.
L'edizione che ho letto io è quella dell'Adelphi del 1990
Dando per scontato che tutti conoscano la storia e che non ci siano problemi di spoileraggio, passo ai dettagli:
La vita di Bilbo Baggins, un membro della comunità hobbit, il popolo più pacifico e tranquillo delle Terre di Mezzo, sta per essere sconvolta dall'irruzione in casa sua di un gruppo di nani, che si presentano non invitati, svuotano la dispensa (le dispense degli hobbit sono molto fornite) e lo invitano ad andare con loro alla montagna solitaria per uccidere il drago Smog, diventato Smaug nel Signore degli Anelli e nel film, e liberare il tesoro che appartiene ai nani. Bilbo avrebbe il suo compito ben preciso: lo scassinatore.
Bilbo non è affatto contento. Scherziamo? Lasciare la sua comoda caverna hobbit (una delle più belle della Contea) per affrontare uno scomodo viaggio, magari saltando qualche pasto, e affrontare infine un drago?!?
In quanto alla sua abilità di scassinatore, sembra che solo Gandalf ne sia al corrente.
Tuttavia, il nostro Bilbo è combattuto. Perché Bilbo è sì uno hobbit, ma è uno hobbit un po' atipico. Infatti, la mamma di Bilbo era la famosa Belladonna Tuc, e si dice e si mormora che
Una possibilità, secondo il professore, sta in questa meravigliosa parola: triscadacafobia, paura del numero 13. I nani sono appunto tredici (Dwalin, Balin, Kili, Fili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur, Bombur, Thorin, in ordine di apparizione).
E poi c'è Gandalf lo stregone che lo raccomanda e continua a sostenere che è di lui che hanno bisogno i nani, anche se non sa spiegare il perché.
E quante volte Bilbo stesso ripensa alla sua comoda casetta durante tutta la durata del viaggio.
Tuttavia assistiamo ad una trasformazione di Bilbo: all'inizio dell'avventura la cosa peggiore che può capitare è fare tardi a cena, poi ci sarà l'incontro con i vagabondi (Troll), gli orchi e Gollum.
La prima tappa di questa improbabile compagnia è Forraspaccata (Granburrone), dove vive il mezz'elfo Elrond e c'è l'Ultima Casa Accogliente. I nani hanno bisogno di Elrond per leggere la mappa e capire come fare ad entrare nella montagna una volta arrivati.
Elrond scopre che la mappa contiene rune lunari, che possono essere lette solo quando la luna brilla dietro di esse, e solo se la luna è nella stessa fase e nella stessa stagione di quando le lettere furono scritte. Tutte condizioni che, casualmente, si verificano proprio quella notte. Quindi, con le istruzioni fornite da Elrond e la chiave fornita da Gandalf assieme alla mappa, la compagnia si lascia alle spalle l'Ultima casa Accogliente per raggiungere la montagna solitaria.
E' qui ne lo hobbit che scopriamo come Bilbo è venuto in possesso dell'anello, l'elemento che collega questo romanzo con Il Signore degli Anelli. Anche qui, niente di eroico, ma entra in gioco il caso, che poi caso non è mai, o la fortuna del nostro piccolo personaggio. Dopo essere stati attaccati dagli orchi, ed essere finiti in una grotta, Bilbo prende una botta in testa nella lotta e si risveglia da solo al buio. Bilbo, strisciando e mettendo le mani avanti per sapere dove andare, trova l'anello per terra e senza pensarci se lo infila in tasca, senza sapere che cos'è e che poteri ha.
Importante il fatto che ne lo hobbit l'anello ha il potere di rendere invisibili e nient'altro, non si parla affatto di Sauron, il male e tutto ciò che sarà oggetto nel sequel.
Una delle modifiche di questa edizione è il personaggio di Gollum: qui diventa più cattivo, vuole uccidere Bilbo, è un personaggio più tragico e pietoso, infatti Bilbo che è nella posizione di ucciderlo, non lo fa per pietà.
Per quanto riguarda le differenze tra il libro e la versione cinematografica invece, Gollum nel libro parla da solo, ma è sempre lo stesso, è solo la visione ottimista (Bilbo non riuscirà a scappare dai Goblin) e pessimista (Bilbo è un imbroglione, sa cosa fa l'anello e fa finta di essersi perso). Nel film Gollum litiga con se stesso, lato buono e lato cattivo.
Il duello di indovinelli di Gollum e Bilbo rispecchia il loro mondo. Gollum fa indovinelli che riguardano l'oscurità, il male, la morte, mentre quelli di Bilbo rappresentano la luce, il bene e la vita. Gollum riesce a rispondere agli indovinelli di Bilbo perché ha ancora delle vaghe reminiscenze del mondo alla luce del sole, e Bilbo riesce a rispondere a quelli di Gollum perché ha "assaggiato" un po' di questo mondo oscuro. La posta in gioco è la salvezza di Bilbo o la sua fine: se vince Gollum se lo mangia, e se vince Bilbo, Gollum deve indicargli l'uscita.
Bilbo vince, non senza imbrogliare un pochino, riesce a scappare e a tenersi l'anello.
Prosegue il viaggio avventuroso dei nostri personaggi, attraverso il Bosco Atro e un'altra serie di incontri fortunati (Beorn, elfi, aquile) e meno fortunati (ragni giganti, mannari) fino alla montagna solitaria e al drago, e a questo punto c'è un impasse
Cosa potranno mai fare 13 nani e uno hobbit contro un feroce drago?
E a cosa serve uno scassinatore per portare via un tesoro immenso e difficilmente trasportabile? Cosa pensavano questi nani? Che Bilbo tirasse fuori dalla montagna il tesoro pezzo per pezzo? Ma ci sarebbero voluti secoli!
E naturalmente anche qui entra in gioco il caso: l'armatura di Smog ha un buco sulla sinistra del petto, e proprio in quel buco verrà scagliata una freccia da Bard, un abitante di Pontelagolungo, la città più vicina alla montagna.
Orbene, in tutto l'immenso tesoro custodito dal drago, c'è un pezzo che da solo vale tanto quanto tutto il tesoro messo assieme: l'archepietra (archengemma). E Thorin, non appena riesce ad avvicinarsi al tesoro comincia a cercarla furiosamente e dà ordine ai suoi nani di cercarla e portargliela immediatamente. Secondo voi, l'archepietra dov'è? Ma ce l'ha Bilbo, of course, è la prima cosa che vede, sempre casualmente, e senza pensarci se la mette in tasca. Difficile non notare il parallelismo con il ritrovamento dell'anello. Per quanto riguarda l'archepietra, però, avrà un suo ruolo prima della fine del romanzo.
Quando i nani asserragliati nella montagna si rifiutano di cedere anche solo parte del tesoro che considerano loro di diritto (come anche gli uomini, gli elfi, etc), Bilbo riesce a sgattaiolare via, consegnare l'archepietra agli uomini per usarla come trattativa con Thorin, e salvare abilmente la situazione che stava diventando veramente pesante!
E giungiamo così al ritorno a casa di Bilbo, dove era stato dichiarato morto dai suoi odiati parenti, i Sackville-Baggins, che si stavano impossessando della sua bella casa, e oltre alle noie legali che si trascinarono per anni Bilbo scoprì di aver perso...la reputazione, era amico di elfi, nani e stregoni che ogni tanto passavano a trovarlo,
Ho cominciato quindi a leggere il romanzo e di pari passo ascoltare le lezioni del professore, e cercherò di riassumere il tutto - brevemente. Ovviamente a chi conosce bene l'inglese ed è interessato consiglio di ascoltarsele, anche perché sono parecchie (mi pare trattino di due capitoli alla volta) e durano più di un'ora ciascuna, quindi la mia sintesi sarà mooolto parziale.
Lo hobbit è stato scritto 20 anni prima de Il Signore degli Anelli, ma la versione che conosciamo noi è un'edizione rivisitata del 1951. In questa edizione sono state fatte delle modifiche, essenzialmente per collegarlo alla vicenda del Signore degli Anelli.
L'edizione che ho letto io è quella dell'Adelphi del 1990
Dando per scontato che tutti conoscano la storia e che non ci siano problemi di spoileraggio, passo ai dettagli:
La vita di Bilbo Baggins, un membro della comunità hobbit, il popolo più pacifico e tranquillo delle Terre di Mezzo, sta per essere sconvolta dall'irruzione in casa sua di un gruppo di nani, che si presentano non invitati, svuotano la dispensa (le dispense degli hobbit sono molto fornite) e lo invitano ad andare con loro alla montagna solitaria per uccidere il drago Smog, diventato Smaug nel Signore degli Anelli e nel film, e liberare il tesoro che appartiene ai nani. Bilbo avrebbe il suo compito ben preciso: lo scassinatore.
Bilbo non è affatto contento. Scherziamo? Lasciare la sua comoda caverna hobbit (una delle più belle della Contea) per affrontare uno scomodo viaggio, magari saltando qualche pasto, e affrontare infine un drago?!?
In quanto alla sua abilità di scassinatore, sembra che solo Gandalf ne sia al corrente.
Tuttavia, il nostro Bilbo è combattuto. Perché Bilbo è sì uno hobbit, ma è uno hobbit un po' atipico. Infatti, la mamma di Bilbo era la famosa Belladonna Tuc, e si dice e si mormora che
uno degli antenati dei Tuc doveva aver preso in moglie una fata. Naturalmente questo era assurdo, ma certo v'era ancora qualcosa di non tipicamente hobbit in loro, e di tanto in tanto qualche membro del clan Tuc partiva e aveva avventure.Per farla breve, Bilbo parte per l'avventura. All'inizio del viaggio ci si chiede spesso che diavolo di utilità possa avere questo hobbit in una spedizione del genere. Sembra il classico pesce fuor d'acqua: non è forte, non è coraggioso, i nani non lo rispettano e non lo considerano degno di fiducia.
Una possibilità, secondo il professore, sta in questa meravigliosa parola: triscadacafobia, paura del numero 13. I nani sono appunto tredici (Dwalin, Balin, Kili, Fili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur, Bombur, Thorin, in ordine di apparizione).
E poi c'è Gandalf lo stregone che lo raccomanda e continua a sostenere che è di lui che hanno bisogno i nani, anche se non sa spiegare il perché.
E quante volte Bilbo stesso ripensa alla sua comoda casetta durante tutta la durata del viaggio.
Tuttavia assistiamo ad una trasformazione di Bilbo: all'inizio dell'avventura la cosa peggiore che può capitare è fare tardi a cena, poi ci sarà l'incontro con i vagabondi (Troll), gli orchi e Gollum.
La prima tappa di questa improbabile compagnia è Forraspaccata (Granburrone), dove vive il mezz'elfo Elrond e c'è l'Ultima Casa Accogliente. I nani hanno bisogno di Elrond per leggere la mappa e capire come fare ad entrare nella montagna una volta arrivati.
Elrond scopre che la mappa contiene rune lunari, che possono essere lette solo quando la luna brilla dietro di esse, e solo se la luna è nella stessa fase e nella stessa stagione di quando le lettere furono scritte. Tutte condizioni che, casualmente, si verificano proprio quella notte. Quindi, con le istruzioni fornite da Elrond e la chiave fornita da Gandalf assieme alla mappa, la compagnia si lascia alle spalle l'Ultima casa Accogliente per raggiungere la montagna solitaria.
E' qui ne lo hobbit che scopriamo come Bilbo è venuto in possesso dell'anello, l'elemento che collega questo romanzo con Il Signore degli Anelli. Anche qui, niente di eroico, ma entra in gioco il caso, che poi caso non è mai, o la fortuna del nostro piccolo personaggio. Dopo essere stati attaccati dagli orchi, ed essere finiti in una grotta, Bilbo prende una botta in testa nella lotta e si risveglia da solo al buio. Bilbo, strisciando e mettendo le mani avanti per sapere dove andare, trova l'anello per terra e senza pensarci se lo infila in tasca, senza sapere che cos'è e che poteri ha.
Importante il fatto che ne lo hobbit l'anello ha il potere di rendere invisibili e nient'altro, non si parla affatto di Sauron, il male e tutto ciò che sarà oggetto nel sequel.
Una delle modifiche di questa edizione è il personaggio di Gollum: qui diventa più cattivo, vuole uccidere Bilbo, è un personaggio più tragico e pietoso, infatti Bilbo che è nella posizione di ucciderlo, non lo fa per pietà.
Per quanto riguarda le differenze tra il libro e la versione cinematografica invece, Gollum nel libro parla da solo, ma è sempre lo stesso, è solo la visione ottimista (Bilbo non riuscirà a scappare dai Goblin) e pessimista (Bilbo è un imbroglione, sa cosa fa l'anello e fa finta di essersi perso). Nel film Gollum litiga con se stesso, lato buono e lato cattivo.
Il duello di indovinelli di Gollum e Bilbo rispecchia il loro mondo. Gollum fa indovinelli che riguardano l'oscurità, il male, la morte, mentre quelli di Bilbo rappresentano la luce, il bene e la vita. Gollum riesce a rispondere agli indovinelli di Bilbo perché ha ancora delle vaghe reminiscenze del mondo alla luce del sole, e Bilbo riesce a rispondere a quelli di Gollum perché ha "assaggiato" un po' di questo mondo oscuro. La posta in gioco è la salvezza di Bilbo o la sua fine: se vince Gollum se lo mangia, e se vince Bilbo, Gollum deve indicargli l'uscita.
Bilbo vince, non senza imbrogliare un pochino, riesce a scappare e a tenersi l'anello.
Prosegue il viaggio avventuroso dei nostri personaggi, attraverso il Bosco Atro e un'altra serie di incontri fortunati (Beorn, elfi, aquile) e meno fortunati (ragni giganti, mannari) fino alla montagna solitaria e al drago, e a questo punto c'è un impasse
Discussero a lungo su ciò che bisognava fare, ma non riuscirono a trovare nessun sistema per sbarazzarsi di Smog, e proprio questo era sempre stato un punto debole dei loro piani, come Bilbo si sentiva propenso a far notare.Insomma, sfidando la sorte e correndo gravi pericoli per la loro incolumità i nostri 14 giungono finalmente alla montagna. E adesso?!?
Cosa potranno mai fare 13 nani e uno hobbit contro un feroce drago?
E a cosa serve uno scassinatore per portare via un tesoro immenso e difficilmente trasportabile? Cosa pensavano questi nani? Che Bilbo tirasse fuori dalla montagna il tesoro pezzo per pezzo? Ma ci sarebbero voluti secoli!
E naturalmente anche qui entra in gioco il caso: l'armatura di Smog ha un buco sulla sinistra del petto, e proprio in quel buco verrà scagliata una freccia da Bard, un abitante di Pontelagolungo, la città più vicina alla montagna.
Orbene, in tutto l'immenso tesoro custodito dal drago, c'è un pezzo che da solo vale tanto quanto tutto il tesoro messo assieme: l'archepietra (archengemma). E Thorin, non appena riesce ad avvicinarsi al tesoro comincia a cercarla furiosamente e dà ordine ai suoi nani di cercarla e portargliela immediatamente. Secondo voi, l'archepietra dov'è? Ma ce l'ha Bilbo, of course, è la prima cosa che vede, sempre casualmente, e senza pensarci se la mette in tasca. Difficile non notare il parallelismo con il ritrovamento dell'anello. Per quanto riguarda l'archepietra, però, avrà un suo ruolo prima della fine del romanzo.
Quando i nani asserragliati nella montagna si rifiutano di cedere anche solo parte del tesoro che considerano loro di diritto (come anche gli uomini, gli elfi, etc), Bilbo riesce a sgattaiolare via, consegnare l'archepietra agli uomini per usarla come trattativa con Thorin, e salvare abilmente la situazione che stava diventando veramente pesante!
E giungiamo così al ritorno a casa di Bilbo, dove era stato dichiarato morto dai suoi odiati parenti, i Sackville-Baggins, che si stavano impossessando della sua bella casa, e oltre alle noie legali che si trascinarono per anni Bilbo scoprì di aver perso...la reputazione, era amico di elfi, nani e stregoni che ogni tanto passavano a trovarlo,
in effetti veniva considerato da tutti gli hobbit del circondario come un essere "stravagante", coll'eccezione dei suoi nipoti e nipotine dalla parte TucNaturalmente si potrebbero scrivere ancora parecchie cose su questo fenomenale libro, che all'inizio fu scritto come un libro per bambini, ma la mia recensione è già troppo lunga. Spero solo di non aver voluto mettere troppe cose e di essere riuscita a non saltare troppo da palo in frasca, e soprattutto di avere fatto venire voglia alle amiche del venerdì del libro di rileggerlo!
venerdì 13 settembre 2013
Echi Perduti
Harry è un bambino che "vede i fantasmi", nel suo mondo gli oggetti hanno memoria di fatti violenti, dove qualcuno ha avuto paura
Crescendo si costruisce un sistema di difesa, evita tutti i luoghi dove sa che è avvenuto qualche episodio di violenza e si crea dei percorsi sicuri. Percorre sempre la stessa strada per andare al campus a seguire le lezioni, le stesse strade con la macchina, e la sua casa è una catapecchia, ma è stata scelta perché non ha niente da raccontare.
Harry ha scoperto che l'alcool lo aiuta ad ottundere le sensazioni, quindi diventa anche alcoolista.
Un paio di incontri fortuiti daranno però il via ad un grosso cambiamento, e qui il romanzo si trasforma in giallo.
Harry decide di utilizzare la sua facoltà per cercare di risolvere un mistero, che lo porterà a scoprire una serie di casi irrisolti.
Un romanzo che mi ha preso sin dalle prime pagine, e che andando avanti è riuscito anche a migliorare grazie alla svolta in giallo.
Per me è stata una piacevole sorpresa perché non avevo mai letto niente di Lansdale e perché non ho letto nessuna recensione o sinossi prima di leggerlo.
Harry, Tad e Kayla (gli altri due protagonisti) sono personaggi che si fa fatica a "lasciare andare" una volta finito il romanzo, e per questo mi sento di consigliarne la lettura alle amiche del Venerdì del Libro.
le cose erano come le spugne: assorbivano la paura e la trattenevano.
E lui la tirava fuori.E' un'esperienza traumatica, perché Harry rivive le emozioni delle vittime. In più pensa di essere pazzo o di essere preso per pazzo.
Crescendo si costruisce un sistema di difesa, evita tutti i luoghi dove sa che è avvenuto qualche episodio di violenza e si crea dei percorsi sicuri. Percorre sempre la stessa strada per andare al campus a seguire le lezioni, le stesse strade con la macchina, e la sua casa è una catapecchia, ma è stata scelta perché non ha niente da raccontare.
Harry ha scoperto che l'alcool lo aiuta ad ottundere le sensazioni, quindi diventa anche alcoolista.
Un paio di incontri fortuiti daranno però il via ad un grosso cambiamento, e qui il romanzo si trasforma in giallo.
Harry decide di utilizzare la sua facoltà per cercare di risolvere un mistero, che lo porterà a scoprire una serie di casi irrisolti.
Un romanzo che mi ha preso sin dalle prime pagine, e che andando avanti è riuscito anche a migliorare grazie alla svolta in giallo.
Per me è stata una piacevole sorpresa perché non avevo mai letto niente di Lansdale e perché non ho letto nessuna recensione o sinossi prima di leggerlo.
Harry, Tad e Kayla (gli altri due protagonisti) sono personaggi che si fa fatica a "lasciare andare" una volta finito il romanzo, e per questo mi sento di consigliarne la lettura alle amiche del Venerdì del Libro.
venerdì 6 settembre 2013
Acque Morte
Il dottor Saunders è un anziano medico inglese, vive nell'isola di Fuchu, in Cina. Contrariamente agli altri inglesi, Saunders vive tra i cinesi e i suoi pazienti sono locali. Gode di una certa fama soprattutto per le malattie degli occhi, anche se la sua scelta è obbligata. Infatti veniamo subito a sapere che il dottore è stato radiato dall'albo.
Dopo aver passato 15 anni sull'isola in un ambiente tranquillo e privo di eventi rilevanti,
E qui comincia l'avventura del dottor Saunders, dopo l'operazione, decide di non aspettare la nave olandese che passa ogni due mesi dall'isola e accetta il "passaggio" su un ketch, pilotato dal capitano Nichols e Fred Blake, due uomini con un segreto, come il dottore stesso.
Il viaggio di questo improbabile trio è non solo ricco di avvenimenti, ma è anche un viaggio nella personalità e nella mente dei personaggi.
Un romanzo intenso, che personalmente ho letto due volte di seguito perché il mio solito modo di leggere (troppo veloce e che lascia per strada sempre qualcosa) male si adatta a questo genere.
Consiglio quindi una lettura attenta, il libro è ricco di frasi da incorniciare, le riflessioni del dottor Saunders.
Il romanzo è di William Somerset Maughan (1874-1965), pubblicato per la prima volta nel 1932. Dopo essere caduto nel dimenticatorio per un po', Adelphi sta ripubblicando i suoi romanzi.

Con questa recensione partecipo al venerdì del libro di homemademamma.
Dopo aver passato 15 anni sull'isola in un ambiente tranquillo e privo di eventi rilevanti,
Erano le nove del mattino. Aveva tutta la giornata davanti a sé e niente da fare. Aveva già visitato alcuni pazienti. Sull'isola non c'erano medici, e chi soffriva di qualche disturbo approfittava del suo arrivo per consultarlo. Ma il luogo era salubre, e le infermità che gli chiedevano di guarire erano croniche, e lui poteva fare ben poco; oppure lievi, e bastavano semplici rimedi.un giorno chiude tutto per tre mesi per recarsi a Takana, un'isola in fondo all'arcipelago malese, lontanissima da Fuchu, per operare un ricco cinese, Kim Ching, che aveva sentito che il dottore ridava quasi miracolosamente la vista.
E qui comincia l'avventura del dottor Saunders, dopo l'operazione, decide di non aspettare la nave olandese che passa ogni due mesi dall'isola e accetta il "passaggio" su un ketch, pilotato dal capitano Nichols e Fred Blake, due uomini con un segreto, come il dottore stesso.
Il viaggio di questo improbabile trio è non solo ricco di avvenimenti, ma è anche un viaggio nella personalità e nella mente dei personaggi.
Un romanzo intenso, che personalmente ho letto due volte di seguito perché il mio solito modo di leggere (troppo veloce e che lascia per strada sempre qualcosa) male si adatta a questo genere.
Consiglio quindi una lettura attenta, il libro è ricco di frasi da incorniciare, le riflessioni del dottor Saunders.
Il romanzo è di William Somerset Maughan (1874-1965), pubblicato per la prima volta nel 1932. Dopo essere caduto nel dimenticatorio per un po', Adelphi sta ripubblicando i suoi romanzi.
Con questa recensione partecipo al venerdì del libro di homemademamma.
venerdì 7 giugno 2013
L'amante del Doge
Non potevo lasciarmi sfuggire questo romanzo storico di Carla Maria Russo, intanto perché avevo già letto La Sposa Normanna e mi era piaciuto, e poi per la simpatia verso l'autrice che ho scoperto - leggendo le poche righe dedicate all'autore sul retro della copertina del libro - essere amante dei libri (lo sospettavamo) e del cioccolato fondente!
Beh, confesso di fare anch'io abuso di cioccolato fondente, e quindi questo fatto non poteva che rendermela ancora più simpatica :-D
Bando alle ciance, questa è la storia di un'altra donna, Caterina Dolfin, ambientata alla fine del 1700 nella Repubblica di Venezia. Siamo proprio verso la fine della Serenissima, sono questi gli ultimi anni della gloriosa repubblica marinara.
Caterina è una donna illuminata, bellissima e colta, che ama leggere libri proibiti dei filosofi francesi contemporanei.
Neanche un matrimonio combinato dalla madre per assicurarle una posizione in società riuscirà a domarla, infatti diventerà l'amante di Andrea Tron, ambasciatore della Serenissima con aspirazioni da Doge.
Riuscirà Caterina ad ottenere l'annullamento del suo matrimonio in quanto contratto contro la sua volontà?
Riuscirà Andrea a diventare Doge nonostante la relazione con questa donna che tutta la società veneziana disprezza e spesso invidia?
Riusciranno Caterina ed Andrea a vivere il loro amore senza lasciarsi condizionare dalle trame e dalle malelingue di tutta Venezia?
Invito tutte le amiche del venerdì del libro a scoprirlo leggendo questo romanzo.
Beh, confesso di fare anch'io abuso di cioccolato fondente, e quindi questo fatto non poteva che rendermela ancora più simpatica :-D
Bando alle ciance, questa è la storia di un'altra donna, Caterina Dolfin, ambientata alla fine del 1700 nella Repubblica di Venezia. Siamo proprio verso la fine della Serenissima, sono questi gli ultimi anni della gloriosa repubblica marinara.
Caterina è una donna illuminata, bellissima e colta, che ama leggere libri proibiti dei filosofi francesi contemporanei.
Neanche un matrimonio combinato dalla madre per assicurarle una posizione in società riuscirà a domarla, infatti diventerà l'amante di Andrea Tron, ambasciatore della Serenissima con aspirazioni da Doge.
Riuscirà Caterina ad ottenere l'annullamento del suo matrimonio in quanto contratto contro la sua volontà?
Riuscirà Andrea a diventare Doge nonostante la relazione con questa donna che tutta la società veneziana disprezza e spesso invidia?
Riusciranno Caterina ed Andrea a vivere il loro amore senza lasciarsi condizionare dalle trame e dalle malelingue di tutta Venezia?
Invito tutte le amiche del venerdì del libro a scoprirlo leggendo questo romanzo.
venerdì 31 maggio 2013
Venivamo tutte per mare
Julie Otsuka, l'autrice di questo libro, è una Americana di origine giapponese, e questo è il racconto delle migliaia di giovani donne giapponesi che giunsero in America all'inizio del Novecento.
A quell'epoca le ragazze, alcune giovanissime, venivano "vendute" dalle loro famiglie a dei mariti immigrati in America. Le spose per corrispondenza affrontavano il viaggio per mare con una foto del loro futuro marito e con tante speranze e tanti sogni.
Invece di prendere una storia e raccontarla, Otsuka decide di raccontarle tutte. Tante voci si sovrappongono in questa narrazione, e ognuna racconta la sua esperienza contemporaneamente.
Abbiamo i vari capitoli che corrispondono alle fasi del loro viaggio, il primo - Venite, Giapponesi! - è il viaggio vero e proprio sulla nave che le porta nella Terra Promessa
Il secondo capitolo, dopo l'incontro con la dura realtà, è la Prima notte. Poi si parla dei Bianchi, e dei rapporti con la comunità locale. Arrivano poi i Bambini, tantissimi, fino a uno all'anno per alcune e nessuno per altre. Ne I figli, le vite di questi bambini che crescevano praticamente soli, senza mai piangere e senza lamentarsi.
Con l'arrivo della guerra mondiale, i Giapponesi sono i Traditori
Ultimo capitolo La Scomparsa. Le case e le attività lasciate vuote, la gente che si chiede dove siano finiti, sono in un posto sicuro? Torneranno mai?
140 pagine che si leggono in un soffio per il venerdì del libro di homemademamma.
A quell'epoca le ragazze, alcune giovanissime, venivano "vendute" dalle loro famiglie a dei mariti immigrati in America. Le spose per corrispondenza affrontavano il viaggio per mare con una foto del loro futuro marito e con tante speranze e tanti sogni.
Invece di prendere una storia e raccontarla, Otsuka decide di raccontarle tutte. Tante voci si sovrappongono in questa narrazione, e ognuna racconta la sua esperienza contemporaneamente.
Abbiamo i vari capitoli che corrispondono alle fasi del loro viaggio, il primo - Venite, Giapponesi! - è il viaggio vero e proprio sulla nave che le porta nella Terra Promessa
Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po' storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine.
Il secondo capitolo, dopo l'incontro con la dura realtà, è la Prima notte. Poi si parla dei Bianchi, e dei rapporti con la comunità locale. Arrivano poi i Bambini, tantissimi, fino a uno all'anno per alcune e nessuno per altre. Ne I figli, le vite di questi bambini che crescevano praticamente soli, senza mai piangere e senza lamentarsi.
Con l'arrivo della guerra mondiale, i Giapponesi sono i Traditori
Le dicerie cominciarono a raggiungerci il secondo giorno di guerra.I giapponesi non sono più tollerati, e molti verranno rimandati a casa, la partenza e i preparativi in Ultimo giorno.
Ultimo capitolo La Scomparsa. Le case e le attività lasciate vuote, la gente che si chiede dove siano finiti, sono in un posto sicuro? Torneranno mai?
140 pagine che si leggono in un soffio per il venerdì del libro di homemademamma.
venerdì 24 maggio 2013
Letture disordinate
Per il consueto appuntamento del venerdì di Homemademamma, non ho un solo libro di cui parlare, perché questo momento è per me molto disordinato, comincio libri, non ne sono troppo soddisfatta, li accantono momentaneamente e ne comincio altri... insomma, questo è il risultato
una pigna! Alcuni letti, finiti e gustati, altri a metà o all'inizio, altri finiti ma non convincenti.
Cominciamo da uno che ha avuto un inizio problematico ma che poi è "filato via" bene e ha dato anche qualche soddisfazione
Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh, già consigliato da mammalaura.
Anche a me il romanzo è piaciuto, ed io che non ho decisamente il
pollice verde, mi sono ritrovata a segnare sul mio libricino i significati dei fiori.
Per esempio, ho scoperto con dispiacere che i girasoli, che a me piacciono molto, sono simbolo di false ricchezze...ma c'è sempre la possibilità che abbiano anche un altro significato.
E domenica scorsa, quando il mio Calvin mi ha regalato una calla, mi sono sorpresa a domandarmi chissà quale significato ha questo fiore? (eh, no, in questo romanzo le calle non sono nominate).
In ogni caso, una bella storia romantica.
Un po' meno bello, secondo me, è invece questo romanzo di Mariapia Veladiano
Premio Calvino 2010 e quasi Premio Strega. Si è già parlato abbondantemente dei libri premiati o pluripremiati, pompati o meno dalle case editrici. Questo ne è, sempre secondo me, un esempio tipico. Non si fa fatica a leggere, è scritto bene, ma lascia un po' così...
Nello specifico parla di una donna brutta, ma brutta, ma talmente brutta, che quando va al cinema entra di soppiatto e si siede sempre nell'ultima fila per essere vista da meno persone possibile. E questa bruttezza l'accompagna sin dalla nascita. Ora, siamo onesti, ma quanto può essere brutta una bambina?
E infatti, poi scopriamo che forse forse non è che sia proprio così. Ma rimane comunque ambiguo e gli avvenimenti li trovo piuttosto sconclusionati.
Un romanzo che ho cominciato ma che non ho ancora finito, è invece questo
cominciato un sabato mattina in un'ora buca a scuola perché non avevo altro per le mani (questo era stato "abbandonato" dal proprietario, un collega che ne aveva un doppione).
Siamo a Milano, anni '70. Misia, Livio e Marco si incontrano e ne seguiremo le vicende per vent'anni. Per ora ho letto dell'incontro di Misia e Livio, avendo letto il risvolto di copertina so già che non ci sarà una storia d'amore, come Livio vorrebbe.
Vedremo quali vicende si svilupperanno anche dall'incontro con il terzo personaggio, Marco, il grande amico di Livio. Per ora promette bene.
Un piccolissimo saggio di Edgar Morin intitolato La testa ben fatta è l'altro libro della pigna
ho ordinato questo libro da un noto venditore di libri on line, perché non riuscivo a trovarlo in biblio, e dopo aver partecipato ad un paio di corsi di aggiornamento dove lo consigliavano caldamente, ho deciso di acquistarlo. Beh, questo è un po' per addetti ai lavori, insomma, lettura tipica da aspirante insegnante. A differenza di quello di Gardner, del quale ho già parlato qui, questo non è proprio così godibile.
Quasi alla fine (coraggio), un bel romanzo di David Nicholls
già consigliato da 'povna e della quale condivido l'opinione.
Proprio bello!
L'ho letto in italiano, purtroppo, ma forse l'edizione era diversa, perché non ho notato gli orrori di cui parlava... che mi siano sfuggiti presa dalla trama? Non credo, niente parlata veneta o cibo schifoso!
La mia bibliotecaria si è vibratamente lamentata perché è triste...e vabbè, ma bello non è sinonimo di lieto fine, no?
Infine, come librone da comodino (si fa per dire perché io non riesco a leggere a letto), da tavolino del salotto diciamo, che mi accompagnerà per qualche mese, è il famoso Trevelyan
sono una patita della storia, e soprattutto della storia inglese, quindi ho preso in prestito questo manuale dalla biblioteca della scuola, ed ho intenzione di leggermelo tutto!! Inframezzato naturalmente da tantissimi romanzi storici, gialli e romantici (che a quanto pare in questo periodo sono quelli che apprezzo di più).
una pigna! Alcuni letti, finiti e gustati, altri a metà o all'inizio, altri finiti ma non convincenti.
Cominciamo da uno che ha avuto un inizio problematico ma che poi è "filato via" bene e ha dato anche qualche soddisfazione
Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh, già consigliato da mammalaura.
Anche a me il romanzo è piaciuto, ed io che non ho decisamente il
pollice verde, mi sono ritrovata a segnare sul mio libricino i significati dei fiori.
Per esempio, ho scoperto con dispiacere che i girasoli, che a me piacciono molto, sono simbolo di false ricchezze...ma c'è sempre la possibilità che abbiano anche un altro significato.
E domenica scorsa, quando il mio Calvin mi ha regalato una calla, mi sono sorpresa a domandarmi chissà quale significato ha questo fiore? (eh, no, in questo romanzo le calle non sono nominate).
In ogni caso, una bella storia romantica.
Un po' meno bello, secondo me, è invece questo romanzo di Mariapia Veladiano
Premio Calvino 2010 e quasi Premio Strega. Si è già parlato abbondantemente dei libri premiati o pluripremiati, pompati o meno dalle case editrici. Questo ne è, sempre secondo me, un esempio tipico. Non si fa fatica a leggere, è scritto bene, ma lascia un po' così...
Nello specifico parla di una donna brutta, ma brutta, ma talmente brutta, che quando va al cinema entra di soppiatto e si siede sempre nell'ultima fila per essere vista da meno persone possibile. E questa bruttezza l'accompagna sin dalla nascita. Ora, siamo onesti, ma quanto può essere brutta una bambina?
E infatti, poi scopriamo che forse forse non è che sia proprio così. Ma rimane comunque ambiguo e gli avvenimenti li trovo piuttosto sconclusionati.
Un romanzo che ho cominciato ma che non ho ancora finito, è invece questo
cominciato un sabato mattina in un'ora buca a scuola perché non avevo altro per le mani (questo era stato "abbandonato" dal proprietario, un collega che ne aveva un doppione).
Siamo a Milano, anni '70. Misia, Livio e Marco si incontrano e ne seguiremo le vicende per vent'anni. Per ora ho letto dell'incontro di Misia e Livio, avendo letto il risvolto di copertina so già che non ci sarà una storia d'amore, come Livio vorrebbe.
Vedremo quali vicende si svilupperanno anche dall'incontro con il terzo personaggio, Marco, il grande amico di Livio. Per ora promette bene.
Un piccolissimo saggio di Edgar Morin intitolato La testa ben fatta è l'altro libro della pigna
ho ordinato questo libro da un noto venditore di libri on line, perché non riuscivo a trovarlo in biblio, e dopo aver partecipato ad un paio di corsi di aggiornamento dove lo consigliavano caldamente, ho deciso di acquistarlo. Beh, questo è un po' per addetti ai lavori, insomma, lettura tipica da aspirante insegnante. A differenza di quello di Gardner, del quale ho già parlato qui, questo non è proprio così godibile.
Quasi alla fine (coraggio), un bel romanzo di David Nicholls
già consigliato da 'povna e della quale condivido l'opinione.
Proprio bello!
L'ho letto in italiano, purtroppo, ma forse l'edizione era diversa, perché non ho notato gli orrori di cui parlava... che mi siano sfuggiti presa dalla trama? Non credo, niente parlata veneta o cibo schifoso!
La mia bibliotecaria si è vibratamente lamentata perché è triste...e vabbè, ma bello non è sinonimo di lieto fine, no?
Infine, come librone da comodino (si fa per dire perché io non riesco a leggere a letto), da tavolino del salotto diciamo, che mi accompagnerà per qualche mese, è il famoso Trevelyan
sono una patita della storia, e soprattutto della storia inglese, quindi ho preso in prestito questo manuale dalla biblioteca della scuola, ed ho intenzione di leggermelo tutto!! Inframezzato naturalmente da tantissimi romanzi storici, gialli e romantici (che a quanto pare in questo periodo sono quelli che apprezzo di più).
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