venerdì 22 marzo 2013

La Paziente Privata

Reading the end of a mystery novel before you actually get there is on a par with eating the white stuff out of the middle of Oreo cookies and then throwing the cookies themselves away
 (Stephen King, da bambino, dopo aver scoperto la mamma che sbirciava la fine di un giallo)


E' questa l'ultima puntata della serie di polizieschi con protagonista l'Ispettore Adam Dalgliesh, scritti da P. D. James, una simpatica novantaduenne, scrittrice e membro della Camera dei Lords inglese.

Purtroppo mi è capitato tra le mani questo libro e l'ho letto senza sapere facesse parte di una serie, ma questo non mi impedirà di andarmi a cercare tutti gli altri e di leggerli in ordine cronologico :-)
E per non farvi commettere il mio stesso errore, vi rimando alla pagina di wikipedia dove li trovate in ordine.

Per collegarmi alla citazione da Stephen King, sappiate che, tra le altre cose, a fare da introduzione e conclusione del romanzo ci sono le vicende personali dell'Ispettore Dalgliesh.
Il romanzo infatti, dopo una parte iniziale dove viene presentata la vittima nelle ultime tre settimane di vita, e il lettore sa da subito che deve morire il 14 dicembre, presenta l'ispettore nel momento in cui riceve la telefonata di lavoro mentre è in tutt'altre faccende affaccendato. Si trova infatti a colloquio con il padre della sua promessa sposa, e c'è l'esilarante scenetta che ricalca il dialogo tra Lady Bracknell e Jack ne l'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde. La vicenda con fidanzata e matrimonio viene ripresa nelle ultime pagine.
In mezzo veniamo portati in una mansion di campagna: Cheverell Manor, che ospita una clinica di lusso specializzata in interventi di chirurgia estetica. 
Ci sono tutti gli elementi che fanno di questo romanzo una perla di perfezione nel suo genere: sontuosa residenza di campagna risalente all'epoca Tudor (insisto, sono proprio fissata), il circolo di pietre dove è stata bruciata una giovane donna per stregoneria nel 1654, personaggi con un passato da nascondere, tutti elementi che rimandano ad una tradizione romantico-gotica con delitto. Una goduria!

Non mi resta che consigliarlo vivamente alle amiche del venerdì del libro e augurare a tutte un buon we.





giovedì 21 marzo 2013

Annus Mirabilis

A quanto pare oggi è il giorno della poesia, me lo ricordano la bionda e il comizietto. E così ho cominciato a pensare... io non sono molto affezionata al genere, ma comunque ci sono un bel po' di poesie che mi piacciono. 
Il "solito" Shakespeare? Blake, Byron, Keats? Emily Dickinson o Sylvia Plath? Seamus Heaney? No, no, non fatemi pensare a Dylan Thomas che mi sento tonta...
Alla fine ho optato per lui, Philip Larkin, un poeta della corrente (se così si può chiamare) The Movement. Considerato misantropo, uno che non amava i "ggiovani", il suo umore dominante è la solitudine, il senso di perdita, l'incomunicabilità.
In questa poesia, Annus Mirabilis, c'è anche la frustrazione e il rimpianto di essere nato troppo presto, troppo presto per la liberazione sessuale del 1963, quando lui aveva già 41 anni... non faccio commenti.
Eccovi il testo


I rapporti sessuali ebbero inizio
nel millenovecentosessantatre
(piuttosto tardi per me) - 
Tra la fine della censura di Chatterley
e il primo LP dei Beatles.

Fino ad allora c'era stato soltanto
una sorta di patto,
una baruffa per l'anello,
un senso di vergogna che cominciò a sedici anni
e si diffuse in ogni cosa.

Poi il diverbio di colpo svanì:
tutti ci sentivamo uguali
e ogni esistenza divenne
un favoloso en plein;
un gioco in cui non si può perdere.

Così la vita non fu mai migliore come
nel millenovecentosessantare
(sebbene un po' troppo tardi per me) - 
Tra la fine della censura di Chatterley
e il primo LP dei Beatles.

[traduzione di Luisa Pontrandolfo (Alte Finestre, ETS, 1990)]


e in originale...

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(Which was rather late for me) -
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles first LP.

Up till then there'd only been

A sort of bargaining,
A wrangle for a ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

Then all at once the quarrel sank:

Everyone felt the same,
And every life became
A brilliant breaking of the bank,
A quite unlosable game.

So life was never better than

In nineteen sixty-three
(Though just too late for me) -
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles first LP.

mercoledì 20 marzo 2013

I'm Wolfe, I fix things

Quando mi hanno chiesto di fare la referente per la tecnologia nel plesso dove insegno, io non avevo nessuna voglia di accettare. Perché io, sì, insomma uso il computer, ho l'i-pad, ma non è che sia Steve Jobs... ma a quanto pare tutti pensano che io sia "esperta".
Ho accettato, quindi, perché era una di quelle offerte a cui non puoi rinunciare, nel senso che te l'appioppano.

E quando oggi ho dovuto svolgere la mia funzione...
"Scusa, mi puoi far funzionare le casse della LIM?"
"Certo!" dico io con sicumera (pregando di riuscire a risolvere il difficile compito).
Poi sono andata lì ed ho acceso le casse.

venerdì 15 marzo 2013

The Constant Princess o Caterina, la Prima Moglie

I said "I promise", and I do not forget. I will be constant to him.

Questo romanzo di Philippa Gregory parla di Caterina d'Aragona, l'infanta di Spagna, figlia dei sovrani più famosi della storia Isabella e Ferdinando.

Caterina è promessa sposa di Arthur Tudor sin dalla tenera età di tre anni, per questo è Principessa di Galles.
A quindici anni viene mandata in Inghilterra per sposare Arthur. Il matrimonio però durerà solo 5 mesi, perché Arthur, come tutti sanno, muore prematuramente.

Alcune cronache dicono che Arthur fosse un ragazzo debole e poco sano, per questo motivo le nozze non furono mai consumate. Tant'è vero che Caterina andrà in sposa al fratello Henry.
Altri resoconti dicono che in realtà il matrimonio era valido a tutti gli effetti - wedded and bedded, come dirà nonna Margaret - e che il matrimonio tra Henry e Caterina era basato su una menzogna.

Philippa Gregory si basa su questa seconda versione, e costruisce la storia di questa Caterina, una donna determinata a diventare regina d'Inghilterra a qualunque costo. 
Innumerevoli sono i rimandi a questa constanza (the constant princess), che permetteranno ad una donna, poco più che bambina all'epoca dei fatti, di sopportare infinite umiliazioni e di non arrendersi mai.
Perché Caterina è constant? 
Innanzitutto perché è stata cresciuta e allevata come Principessa di Galles dai suoi genitori, e non riesce ad accettare nessun' altra alternativa, lei deve essere regina. E poi perché è una promessa fatta al suo primo marito Arthur, che prima di morire le dice di mentire sul loro matrimonio e di sposare suo fratello Henry.

Non sarà facile, dall'aprile del 1502 al 1509 Caterina rimarrà in attesa di sposare Henry, relegata lontano dalla corte e senza soldi. Il volpone Ferdinando non darà mai la seconda parte della dote al re Henry VII, e lei dovrà impegnare il suo servizio di piatti d'oro per sopravvivere.
Nonna Margaret, tenterà di mandare a monte il matrimonio tra lei e il suo adorato nipote, ma Henry, dipinto come un ragazzino viziato al quale le danno tutte vinte, si impunta e la sposa.

Dopo il matrimonio, avvenuto quando Caterina ha 23 anni e Henry 18, si presenta il problema dell'erede. Caterina avrà ben sei gravidanze: prima una bambina nata morta, poi un maschietto nato a Capodanno che sopravviverà solo 52 giorni, un aborto, un altro maschietto che morirà dopo pochi giorni, finalmente Maria e poi un'altra figlia morta entro una settimana dalla nascita.

La Gregory parla in particolare dei primi due parti, e il dolore immenso per la perdita del bambino di Capodanno. 

Poi c'è un salto temporale e le ultimissime pagine raccontano di Caterina che va al processo per difendersi dall'accusa di aver mentito sulla sua verginità.

Questo il mio consiglio per questo venerdì del libro.

martedì 12 marzo 2013

il mio concorso

Non era ancora arrivato per me il momento di raccontare il mio concorso, non avevo voglia di scriverne adesso. Prima di tutto perché non è ancora finito, e poi, soprattutto perché non so com'è andato.

Ma dopo aver letto il post di Palmy, ho voluto dire la mia in proposito.

In particolare si parla di quelle persone che hanno passato il test preselettivo, ma poi hanno deciso di non presentarsi allo scritto.
Io ho un'idea su queste persone.

Intanto cominciamo da quelli che si sono iscritti alla preselezione e poi non ci sono andati. Perché? Perché hanno rinunciato ancora prima di partire? La mia teoria è che c'è un certo numero di persone che si iscrive "tanto per fare", e poi magari se ne dimentica, o trova di meglio da fare... posso portare l'esperienza di due maestre del mio istituto che si sono iscritte e poi non sono andate. 
Una ha detto che tanto è la seconda in graduatoria, quindi non vedeva la necessità di tanto sbattimento (cosa che credo sapesse anche prima di iscriversi), e l'altra, dopo aver visto i quiz ha rinunciato (pura e semplice autoselezione).
Poi c'è anche quella parte di popolo che è andato sapendo benissimo di non riuscire a passarlo.
Anche qui ho un esempio: un collega che aveva la prova nel mio stesso istituto e alla stessa ora, prima di entrare era lì che diceva che aveva provato solo due delle settanta simulazioni. In una aveva fatto una cosa come due punti, e nell'altra era passato perché gli aveva detto le risposte suo figlio (!). Poi le altre non le aveva neanche fatte perché "gli veniva il nervoso"... la domanda spontanea è: cosa ci sei venuto a fare?

Quindi tra i 320.000 più della metà era messo così, da come si sono messe le cose.

Seconda tappa, anzi, prima della seconda tappa vorrei volgere un pensiero a coloro i quali pur non essendo riusciti a passare una prova oggettiva e obiettivamente facile, si sono rivolti all'anief perché non hanno accettato il fatto di non avercela fatta. E allora bisogna dare la colpa a qualcuno, qualcun altro - perché loro non hanno alcuna colpa -. Quindi non era giusto passare con 35 punti, ripeto: non è colpa loro se non sono passati, è colpa di quei cattivoni che hanno deciso che ci volevano 35 punti...un vero scandalo!!!!!! A seguire le cavallette, il funerale della nonna e tutto il corredo di scuse improbabili che neanche Jake Blues alla principessa Leila.

Ed ora veniamo a quelli che, pur avendo passato la prova preselettiva non si sono presentati allo scritto. Palmy ha letto in questa rinuncia un misto di paura e tristezza. Vero, concordo sulla paura.
La paura di mettersi in gioco e passare due mesi d'inferno (come hai fatto tu, Palmy, e come ho fatto io) con la prospettiva magari di non farcela.
Il fatto è che ci sono troppe persone che semplicemente non possono sopportare il fallimento. Va di moda, adesso, vantarsi di passare gli esami senza fare fatica, altrimenti non sei figo, sei solo uno sfigato secchione (a me è stato dato della secchiona semplicemente per aver provato tutte le settanta simulazioni ed essermi impegnata seriamente, chiedendo alla prof di mate come si facevano i problemi con le leve piuttosto che come si risolvevano le incognite).
Allora è meglio rinunciare, meglio dire che tanto non ci interessa, non mettersi in gioco per poi ammettere di non esserci riusciti.

nota a margine: io non credo di aver fatto una grande prova scritta, sarei molto sorpresa se passassi con un buon voto, quindi non credo farò l'orale (dovendo arrivare tra i primi nove...). Le domande non erano oggettive, quindi non essendoci una risposta giusta o sbagliata è anche difficile dire: è andata bene/male. Posso dire che io ho fatto la mia parte. 


Chissà cosa mi credevo

Calvin usa dei nomignoli-vezzeggiativi alquanto strani, tutti suoi, presi da oggetti di uso comune.
Faccio un esempio, per un certo periodo chiamava Charlie Brown "spazzola", poi è arrivato il turno di "bombolone" o "bombolo", adesso è il momento di "finferlo".

Non c'è alcuna intenzione di offendere, anche perché sa benissimo il significato di queste parole e sa benissimo che in quel contesto non vogliono dire niente.

Qualche sera fa Calvin mangia i finocchi...e dopo cena apostrofa Charlie Brown con un nomignolo di nuovo conio: "finocchio".

Charlie Brown non ha nessuna reazione, ormai è abituato agli strani nomi che gli rifila suo fratello. Io dico " Calvin, non usare quella parola, perché ha anche un altro significato e non è bello"
"Davvero? E cosa vuol dire?" Domanda subito curioso.
 Io gli dico "adesso non ti preoccupare di questo, però non usare quella parola".
Per il momento finisce lì.

Il giorno dopo però, Mastro Birraio riprende l'argomento e comincia a spiegare: lo sai che di solito gli uomini si sposano con le donne, ma per alcune persone non è così..."
Calvin interrompe "ah! I gay!"

Bon! Un'altra situazione risolta da un ventenne nel corpo di un ottenne!!!

venerdì 8 marzo 2013

Il miglio verde

Questo libro nasce dalle notti insonni del Re - ho pescato un altro volume dalla borsa abbandonata in biblioteca -, ma non è il solito (se si può usare questo aggettivo per un libro di King) thriller. Questa volta King si cimenta in un genere leggermente diverso. Fermo restando l'elemento paura, si tratta di un tipo diverso di paura, questa è quella che se ci pensi non ti fa dormire la notte, non quella "oddio ho sentito un rumore, sarà il gatto che ha rovesciato un vaso o un serial killer che viene per me?"

Si tratta di "Il Miglio Verde", del quale esiste anche una versione cinematografica del 1999 che molti avranno visto. Io stessa ne vidi un pezzo anni fa, durante un'ora di supplenza in una classe dove ne stavano guardando l'ultima parte. Non sapevo fosse tratto da un libro di Stephen King, e non sapevo neanche che fosse stato pubblicato a puntate su un giornale britannico nel 1993.

Nell'introduzione l'autore spiega all'affezionato lettore - Constant Reader - la genesi di questo romanzo. Come dicevo, all'inizio era una "bedtime story", cioè una di quelle storie a cui pensa l'autore nelle notti in cui non riesce a dormire, sono tante queste notti.
Qui c'è la prima nota: noi comuni mortali abbiamo un concetto completamente diverso, abbiamo forse il libro da comodino, quello che leggiamo prima di addormentarci, poche pagine alla volta, che dura parecchio perché di solito lo leggiamo pochi minuti alla volta. King, invece, si racconta mentalmente delle storie, come se fosse al computer: tornando indietro per aggiungere parole, pensieri, cancellare frasi e costruire i dialoghi. Ogni notte ricomincia da capo e smette un po' più in là di dove aveva lasciato la notte prima. Dopo cinque o sei notti ha interi pezzi memorizzati.

L'occasione per trasformare questa bedtime story in una vera e propria story, arriva da un fax del suo agente che gli parla di una proposta ricevuta da un editore britannico di fare un romanzo da pubblicare a puntate sul modello di Charles Dickens. L'editore glielo propone sottovoce, aspettandosi una risposta negativa, e invece a King l'idea piace e comincia questa nuova avventura.

Della trama non vi voglio, come al solito, raccontare troppo. Vi basti sapere che il miglio verde si riferisce al corridoio pavimentato con linoleum verde di una prigione. Alla fine di questo corridoio c'è "Old Sparky", la sedia elettrica. 
Il racconto è in prima persona dal punto di vista di una guardia carceraria, che si decide a scrivere la sua storia quando è ormai molto anziano e si trova in una casa di riposo. Mai viene fatto esplicito riferimento o critica alla pena di morte, si raccontano solo i fatti, normali, eccezionali, strani e inspiegabili che sono avvenuti. Tuttavia penso di poter dire che i sentimenti traspaiono.

Un consiglio di lettura intenso, triste ma molto bello per le amiche del venerdì del libro, dalle quali ritorno con grande piacere questo fine settimana.