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venerdì 3 gennaio 2014

Il Signore degli Anelli - Le appendici

Avevo promesso al Venerdì del libro un ultimo post sulle Appendici del Signore degli Anelli.

Le appendici sono ben sei, e sono tutte dedicate ad approfondire la storia con ulteriori spiegazioni, integrazioni, alberi genealogici e cronache dettagliate della prima, seconda e terza era. In più ci sono quelle dedicate alle lingue e alle pronunce. Sono ciò che Tolkien definisce "the necessary background of history".

Viene un po' da chiedersi perché Tolkien si sia dato così tanto da fare per compilare queste appendici, non sembrano informazioni fondamentali per la comprensione della storia. Ma allora, perché sono secondo lui necessarie?

Partiamo da quelle sulle lingue. La questione della lingua è fondamentale per Tolkien, infatti è l'unico scrittore che si pone il problema della traduzione, perché pensa che i personaggi non parlino inglese originariamente. Altri autori non si preoccupano di questo aspetto, pensiamo ad esempio a Martin, anche lui ha inventato la lingua dei Dothraki, ma gli altri personaggi parlano inglese come se fosse la lingua effettivamente utilizzata in originale.
Da qui l'importanza delle appendici filologiche.

L'altro aspetto è quello della cornice letteraria. Come facevano gli autori dei primi romanzi del 1700, che si preoccupavano di fornire informazioni su come erano venuti a conoscenza della storia assieme ad una serie di autentici falsi documenti per supportare e dare l'impressione di veridicità, così fa Tolkien.
Robinson Crusoe, Moll Flanders, Pamela, per tutte queste storie ci viene assicurato che si tratta di storie vere e ci vengono fornite le fonti (un diario ritrovato, delle lettere). Questa convenzione è andata perduta ai giorni nostri, ma veniva usata per dare la 
percezione di profondità.

Le appendici danno consistenza alla storia, sottolineano che si parla di un tempo mitico, non allegorico. 
Sul tema allegoria contro mito abbiamo già discusso. Tolkien va oltre, infatti la sua mitologia la troviamo nel Silmarillion, una lettura impegnativa che ho deciso di intraprendere e che condividerò con chiunque sia interessato. A presto! :-)

venerdì 27 dicembre 2013

Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re

Il viaggio cominciato con le lettrici del Venerdì del libro tre settimane fa, e per me quattro mesi fa (pant, pant, pant) con il professor Olsen, è finalmente giunto al termine, assieme alla terza era della Terra di Mezzo.
Questo venerdì parlo del Ritorno del Re, ultimo volume della trilogia del Signore degli Anelli.

Il Ritorno del Re va dalla folle cavalcata di Pipino e Gandalf su Ombromanto verso la città di Minas Tirith governata da Denethor (dopo che l'irrequieto Pipino ne ha combinata un'altra delle sue...una sbirciatina al Palantìr), ai molteplici dénouement della storia, perché come vedremo il finale non è uno solo. Dopo la distruzione dell'anello ci sono ancora un centinaio di pagine (senza contare le appendici).

In questa parte della storia abbiamo un cambiamento di tono e di stile, si potrebbe dire che il tono diventa epico. Il linguaggio dei personaggi è più formale
That is the road I shall take (Aragorn)
The hour is here at last (Aragorn) 
la malinconia pervade il racconto, le immagini sono più gravi, l'albero bianco è piangente.
Pipino è spesso chiamato Peregrino. Gandalf non è più lo stregone che fa i fuochi d'artificio nella contea, ora è uno stregone di livello superiore, più potente. E Aragorn ricorda a Gimli che lui è una figura leggendaria, che ha il titolo ed è il legittimo erede di Isildur.

Mentre Aragorn si prende le sue responsabilità e Denethor si dispera, Sam diventa l'eroe della situazione.
Sam il fedele, Sam il giusto, diventa protagonista e si prende il fardello dell'anello. Non sono molti coloro che riescono a resistere al potere dell'anello come fa Sam. Tom Bombadil è uno, e l'altro è 
Faramir, che ha il vantaggio tuttavia di non averlo addosso.
La forza di Sam sta in due fattori: l'amore per il suo padrone e l'umiltà. Sam dice che il suo viaggio è arrivato al termine, potrebbe anche essere la fine per lui, ma "oltre il monte, il sole si è alzato e le stelle brillano in cielo". Quello che fa l'anello alle persone è farle orientare verso se stesse, e in questo modo diminuire l'importanza e la rilevanza degli altri. Pensi di essere invincibile e importante. Le qualità di Sam lo rendono "immune". Secondo lui il male non può vincere, non c'è niente che può sconfiggere il sole e le stelle. Resistere all'anello è una tipica espressione di buon senso hobbit.
Sam ha finalmente l'occasione di uccidere Gollum, ma non lo fa, adesso che ha portato l'anello, anche se per poche ore, capisce meglio Gollum e anche lui ne ha pietà.

La distruzione dell'anello non è, quindi, la fine e la risoluzione della storia. 
C'è l'incoronazione di Aragorn, e c'è Eowyn che soffre e che guarisce.

Eowyn è una sorta di proto-femminista, vuole combattere, non stare a casa a fare la calza e aspettare l'uomo che ritorna. Aragorn le ricorda che deve stare a casa non perché è una donna, ma perché anche lei fa parte di un sistema, di un ordine, ed ha un ruolo da rispettare. Tutti obbediscono, anche i più grandi, e quindi anche lei. Il ruolo di Eowyn è di guaritrice, non di colei che uccide in battaglia.

Ci sono una serie di saluti, di separazioni da cose che sono finite. Questo mondo che abbiamo conosciuto è finito per il lettore oltre che per i protagonisti, e quindi il lettore viene portato in un tour ideale di tutti i luoghi visitati, e alla fine torna al punto di partenza, alla Contea. L'ultima frase del libro è di Sam che dice "Sono tornato".
Ma questo non è un lieto fine totale, non è un viaggio come quello di Bilbo che comprende un ritorno a come era prima. Qui niente può essere come prima "ci sono ferite che non guariscono mai", e 
Frodo non può far parte di questo lieto fine.

Un altro aspetto dei finali di Tolkien riguarda la sua tecnica di "risoluzione dei problemi". A volte Tolkien viene accusato di utilizzare la tecnica del deus ex machina per fornire una soluzione ad una situazione difficile. E questo è considerato in modo negativo dai critici. Ma si tratta veramente di deus ex machina? Di solito questa tecnica è usata alla fine della storia e prevede l'intervento di una divinità, di un personaggio che non fa parte della storia. E' un intervento del tutto imprevedibile. Tolkien definisce i suoi piccoli miracoli come eucatastrofi, cioè una grazia miracolosa, un inaspettato rivolgimento di situazioni. Questo sono le aquile o il ritorno di Gandalf dopo aver combattuto contro il Balrog.

l'Allegoria è un altro tema affrontato da Tolkien a commento del suo romanzo, infatti egli rifiutava di vedere la storia come un'allegoria della Seconda Guerra Mondiale. Se fosse un'allegoria, ogni singolo elemento della storia del Signore degli Anelli dovrebbe combaciare con un elemento della storia vera, e non è così. Potremmo vedere Sauron come Hitler e l'anello come la bomba atomica (forse), la Contea rappresenterebbe l'Inghilterra, ma ci sono molte altre cose che non trovano corrispondenza. Quindi potremmo dire che la storia è applicabile alla realtà, ma non è un'allegoria.

Ho detto che il nostro viaggio è giunto al termine? Mentivo, la settimana prossima dirò qualche parola sulle appendici :-)
A bientot!

venerdì 20 dicembre 2013

Il Signore degli Anelli - Le due Torri

La seconda parte de  Il Signore degli Anelli, Le due torri, parte dalla morte di Boromir e lo scioglimento della Compagnia e arriva fino a quando Frodo e Sam sono nella tana di Shelob, per un riassunto dettagliato vi mando ancora una volta qui.

Cosa ci dice il professore di questo libro?
Moltissime cose, non vi nascondo che ho avuto vari momenti di sconforto quando ho dovuto ascoltare ben 9 lezioni su i-tunesU di un paio d'ore ciascuna, non perché non siano interessanti, ma perché è stato un lavoro lungo e che ho dovuto diluire nel tempo (le lezioni si sono svolte a fine agosto/settembre, ed io le ho finite solo a fine ottobre).

Anyways, come direbbero gli americani, ce l'abbiamo fatta.
L'aspetto che più mi ha colpito di questo secondo episodio è il fatto che qui, bene o male tutti i personaggi devono compiere delle scelte. E anche se il prof ci mette in guardia: "non è semplicemente il libro delle scelte, ma è molto di più" in pratica passa ore a parlare delle scelte di tutti. Quindi lo farò anch'io ;-)
Vale la pena notare che non tutte le scelte sono giuste. O meglio, cosa sono le scelte giuste e le scelte sbagliate? Se prendessimo il buon senso come metro di misura, probabilmente molte scelte fatte dai personaggi non sarebbero considerate giuste, ma ogni scelta porta a delle conseguenze che portano a loro volta ad un certo finale, che sin dall'inizio appare molto improbabile (sempre dal punto di vista della realizzabilità)...vi ricorda qualcosa? :-)

Ma partiamo dall'inizio, dopo che Boromir e gli hobbit sono stati attaccati dagli orchetti, Aragorn corre su per la collina, sente il corno di Boromir e va a soccorrerlo. Quando arriva fa in tempo a dirgli le ultime parole e poi Boromir muore.
Il primo a dover compiere una scelta è proprio Aragorn: seguire Frodo e Sam che si sono diretti a Mordor o seguire gli orchetti che hanno fatto prigionieri Merry e Pipino? La scelta è ardua, Aragorn ha promesso di accompagnare il portatore dell'anello, e perdere due hobbit potrebbe sembrare il male minore, ma alla fine sceglie quello che a prima vista è meno logico. Se avesse seguito Frodo, avrebbe potuto essergli utile, ma questo avrebbe comportato abbandonare altri due membri della Compagnia a "tortura e morte", e secondo il principio della Compagnia, non si abbandona mai nessuno per il bene maggiore. Quindi Aragorn non andrà né a Gondor (come gli aveva chiesto Boromir), né a Mordor assieme a Frodo e Sam, bensì verso il Nord per tentare di salvare gli hobbit.

Merry e Pipino, dopo essere riusciti a sfuggire agli orchetti approfittando di un "momento di confusione" (nientemeno che un massacro di questi ultimi ad opera dei cavalieri di Rohan), ci portano nel bosco degli Ent, ed entriamo in uno dei momenti mitici di Tolkien, con la storia delle Entesse perdute.
Da Barbalbero apprendiamo la differenza di prospettiva: quando gli hobbit gli chiedono da che parte stanno gli Ent, lui risponde che per gli Ent questo mondo è transitorio, come lo sono gli Elfi e gli Uomini. Gli Ent hanno una diversa concezione del tempo:
Non mi sono mai preoccupato delle Grandi Guerre, riguardano soprattutto Elfi e Uomini. Preoccuparsene è compito degli Stregoni, che sono sempre molto inquieti per il futuro. Io non sono dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla mia part

Anche Saruman è un personaggio che ad un certo punto della storia ha compiuto una scelta, è passato dalla parte del nemico, Gandalf lo chiama "fool" e "mad", mentre prima era "il saggio"
when did Saruman the grand abandon reason for madness?
ma in realtà è l'impresa della Compagnia dell'Anello ad essere una follia, le speranze sono sempre pochissime e appese ad un filo
e per questo si potrebbe dire che proprio perché è saggio ed ha la vista più lunga, sceglie di stare con chi ha maggiore probabilità di vincere, cioè Sauron. Anche Isengard rappresenta l'eternità, tutto è di pietra, eterno, mentre il mondo degli elfi che sta per finire è fatto di legno ed erba, che sono belli ma possono appassire e morire.


Frodo sceglie per fede nel suo destino e per speranza. E' fatalista, nel senso che si affida al fato, si rassegna al suo destino:
It's my doom, I think, to go to that shadow yonder so that a way should be found
sceglie di prendere Gollum come guida, di non ucciderlo, per pietà e per compassione (pity and mercy).

Sam sceglie per amore. Non ha mai avuto vera speranza, ma decide di seguire il suo padrone. Il successo della missione non è rilevante per lui, è importante solo servire il suo padrone. 

Gollum, il personaggio più interessante secondo me, dopo aver 
lottato con le sue due parti Servile e Scurrile (Slinker and Stinker), Smeagol e Gollum, sceglie di tradire Frodo.
Ed è anche questo parte del fato.
La raffigurazione delle dei due lati di questo personaggio è bellissima: nei suoi occhi si alterna una luce pallida ad una luce verde quando parla con se stesso. C'è anche il cambio dell'uso del pronome, Gollum usa "noi", mentre Smeagol usa "io, lui".
Ma non si tratta di lato buono contro lato cattivo, bensì di lato apertamente cattivo contro lato segretamente cattivo.

Faramir sceglie di lasciare libero Frodo e lasciarlo proseguire disobbedendo agli ordini ricevuti e consapevole che sarà criticato per questo, da suo padre Denethor.

E quindi, tra crocevia e scelte, destino, fato e grandi imprese, si conclude il secondo capitolo della trilogia, con il quale partecipo senz'altro al venerdì del libro di homemademamma.

venerdì 13 dicembre 2013

Il signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello

Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.

La trama di questo romanzo è talmente conosciuta che non la ripeterò, ma la potete trovare qui, dirò solamente che il primo volume della trilogia, La Compagnia dell'Anello, va dal centoundicesimo compleanno di Bilbo e trentatreesimo di Frodo nello stesso giorno, al momento in cui si scioglie la compagnia partita da Granburrone (con Gandalf lo stregone, Frodo, Pipino, Merry e Sam gli hobbit, Gimli il nano, Boromir e Aragorn gli uomini, Legolas l'elfo) e Frodo e Sam partono insieme per l'ultima tappa della missione: la Terra d'Ombra o Mordor.

Il Signore degli Anelli fu pubblicato per la prima volta nel 1954, destinato ad un pubblico che per la prima volta (se escludiamo Lo Hobbit) sentiva parlare di elfi, nani, stregoni e altre creature.



Questo è un punto fondamentale da tenere a mente, infatti leggere 
Il Signore degli Anelli oggi è un'esperienza totalmente differente da quella del lettore del 1954, come sostiene the Tolkien Professor. Tolkien, infatti, si è inventato di sana pianta un passato - i personaggi e gli avvenimenti sono la creazione del passato dell'Europa, con tanto di guerre, miti, leggende e lingue.
Una possibile fonte d'ispirazione potrebbero essere le storie di fate irlandesi, c'è una parte con i tumuli funerari, che per secoli gli irlandesi hanno chiamato le colline delle fate e si tratta di personaggi che ovviamente oggi non esistono più, e da qui il tono di consapevolezza di appartenere ad un mondo che è destinato a finire che pervade tutta la trilogia (in particolare gli elfi).

Alla luce di questo fatto, è comprensibile perché il prologo sia dedicato interamente agli hobbit, le loro origini, la storia e tutto ciò che li riguarda, compresi abitudini e carattere.
In realtà, la descrizione degli hobbit come questa gente tranquilla, 
buona e assolutamente aliena a stranezze e a colpi di testa viene 
meno quasi subito. Sappiamo che Bilbo è partito per un'avventura, 
Frodo stesso parte per Granburrone, ma anche i suoi amici Sam, Pipino e Merry sono pronti a partire con lui. Frodo si aspetta che cerchino di fermarlo ma in realtà vogliono andare anche loro. Frodo non si aspetta che altri hobbit siano spavaldi come lui e Bilbo, ma sottovaluta la forza dell'amicizia.
Appena partiti incontrano gli elfi. Sam ha sempre voluto conoscerli e finalmente li incontra. Sam dirà di loro:


Non so come dire, ma è come se fossero al di sopra di ciò che piace o non piace. Quel che penso di loro non conta. Sono molto diversi da come me li immaginavo: così giovani e vecchi, e così felici e tristi allo stesso tempo.

Gli elfi sono strane creature, sono decisamente buoni, nel senso che sono nemici di Sauron, ma sono un po' distaccati, non si 
immischiano nelle faccende degli uomini o degli altri abitanti della Terra di Mezzo. Decidono di offrire la loro protezione agli hobbit solo quando questi ultimi rivelano di essere seguiti dai Nazgul.

Ci sono parecchie creature nella Terra di Mezzo che non sembrano partecipare al dramma che stanno vivendo i nostri personaggi, come dovrebbe essere, dato che se Sauron vincesse ne risentirebbero tutti. Tom Bombadil e Baccador ne sono un esempio. Tom è un'esuberante creatura, che si esprime solo in versi cantati e sembra interessato solo a se stesso e a Baccador. Vive nella vecchia foresta, dove c'è il Sinuosalice che quasi si mangia gli hobbit, ma lui, nonostante li salvi, non ci pensa neanche a distruggere questa pianta decisamente cattiva.

Sulla via per Granburrone, con Aragorn (o Granpasso) incontrato alla locanda del Puledro Impennato, dopo che Frodo è stato ferito da un Nazgul, avviene l'incontro con Glorfindel, un elfo di Granburrone. Questo è un altro intervento inaspettato, la luce che si oppone all'oscurità. E' la prima volta che vediamo che gli elfi sono creature molto potenti, e non solo esseri che cantano e ballano come Gildor e gli elfi che abbiamo visto finora.
Glorfindel ha poteri guaritori, quando tocca la ferita di Frodo egli si sente subito meglio. Purtroppo nella versione cinematografica Glorfindel è sostituito da Arwen, che non è così potente, infatti lei scappa dai cavalieri, non li terrorizza e li caccia come lui.

Granburrone ne Lo Hobbit è l'Ultima Casa Accogliente, una tappa del viaggio, mentre qui è un luogo di transizione. E' il luogo dove tutte le prospettive cambiano, capiamo tante cose. Doveva essere la meta del viaggio di Frodo e invece diventa il punto di partenza.

Il Caradhras (la montagna) è un altro luogo che sembra dotato di vita e volontà proprie. Nel film è Saruman che manda la tempesta, viene tutto fatto rientrare nella lotta Gandalf-Saruman. Nel libro Caradhras è una montagna "viva", è una montagna di Moria, come dice Gimli; e Aragorn sostiene che ci sono molte cose alle quali non piacciono le persone. Ci sono tante creature a cui non piacciono gli elfi o gli umani, che vivono un'esistenza indipendente e si disinteressano del destino degli esseri a due zampe.

Dopo essere sopravvissuti alle miniere di Moria (perdendo però Gandalf), la compagnia va a Lothlòrien, dimora di altri elfi e di Galadriel la loro signora. Qui Frodo capisce, o riconosce quello che ha sempre saputo, che deve andare per forza a Mordor, e da solo. Tuttavia non riuscirà a lasciarsi indietro il fedele Sam.

Con questa recensione partecipo al venerdì del libro di homemademamma. Alla prossima settimana con Le Due Torri

venerdì 29 novembre 2013

Autobiography

Quando ho sentito parlare di questo libro, ho subito pensato che lo volevo, lo volevo tantissimo, e non preso in prestito dalla biblioteca. Non potevo neanche aspettare che lo traducessero in italiano, quindi l'ho ordinato sul mio sito preferito di vendite on line e mi sono detta che era il mio regalo di Natale.
Ed è arrivato.
Di già.
Ho accarezzato l'idea di impacchettarlo e aprirlo a Natale fingendo stupore e gioia, ma la cosa è durata lo spazio di qualche ora :-)

Tre giorni dopo (uno era domenica, per cui "ci ho dato dentro") l'avevo finito.
Prima di tutto, mi aspettavo un libricino leggero, e invece sono più di 400 pagine. Prima cosa positiva.
Dopo aver superato lo shock iniziale del linguaggio usato, nel senso che ho dovuto abituarmi allo stile di scrittura: pochi segni di punteggiatura, niente capitoli, vocaboli difficili, espressioni colloquiali poco comuni se non sei un Hulmerist, sono stata completamente assorbita dal mondo di Morrissey, e non sono più riuscita a mettere giù il libro fino alla fine.

A me Morrissey è sempre piaciuto 16 clumsy and shy, the story of my life, un verso di una delle sue canzoni e anche una frase citata nel libro, hei, ma sono (ero) io!!! Adesso sono più 44 clumsy and a little less shy.
Ma non ho mai saputo niente della sua vita privata.
C'è un'ampia sezione iniziale che parla della sua infanzia. Nato a Manchester da famiglia irlandese, il quartiere, le scuole da incubo, la passione per la musica sin da piccolo.
Poi l'incontro con Johnny Marr, l'altro Smiths e il successo, ma sempre smorzato, a causa di vari "contrattempi", tipo la sua sprovvedutezza e ingenuità (e la disonestà delle persone che si approfittavano di lui) nel mettere firme nei posti sbagliati, l'inadeguatezza della casa discografica che non riusciva a tenere il passo con le richieste, e sempre sempre sempre il problema con la stampa.
E' una costante della sua vita, i giornalisti che sembra godano a metterlo in cattiva luce, dipingendolo come un'estrema testa di cazzo, mentre in realtà si scopre che è sempre stato piuttosto tranquillo, soprattutto per gli standard di una rock star:
David* quietly tells me, "You know, I've had so much sex and drugs that I can't believe I'm still alive," and I loudly tell him, "You know, I've had SO LITTLE sex and drugs that I can't believe I'm still alive."
*[David Bowie, ndr]

per esempio.

Poi c'è la grande sezione dedicata alla causa intentata e vinta, contro ogni logica, da un musicista che suonava negli Smiths, nota bene, suonava negli Smiths, non era parte degli Smiths, che un tot di anni dopo che gli Smiths si erano sciolti, se ne esce con la richiesta di avere il 25% dei profitti, e non "solo" il 10, come aveva accettato e firmato all'epoca.
Questa parte bisogna leggerla, non me la sento di fare un bigino, perché è tutto molto ben spiegato, con riferimenti a varie pagine della sentenza e con la spiegazione del perché tutto ciò sia una follia, quasi una ripicca, un dispetto al personaggio Morrissey.

E poi tanto spettacolo, concerti, vita in tour, successo di pubblico che non riesce mai a tradursi in vero benessere.
E infine le tante sfighe che sembrano non finire mai.

Ecco, se avete curiosità da tabliod sulla vita privata di Morrissey, fate a meno di leggere la sua autobiografia, non troverete niente di tutto ciò. Ma se vi volete commuovere, arrabbiare, indignare e empatizzare, prego c'è posto.

Uno stra-consiglio per le amiche del venerdì del libro di Homemademamma, alle quali torno dopo lunga assenza per cause di forza maggiore (la vita), ma un ritorno con il botto ;-)

venerdì 4 ottobre 2013

Assassino Senza Volto

Dal sito della Marsilio Editori, apprendo che Henning Mankell ha vinto il premio Raymond Chandler 2013 per la serie di romanzi gialli con protagonista l'ispettore Wallander.
E' per questo che oggi parlo di questo romanzo del 1991, in Italia uscito nel 2001, che ho letto qualche tempo fa e riletto per l'occasione.
                                                           
Non parlerò della trama perché sarebbe un delitto forse peggiore di quello descritto nel romanzo, ma parlerò della figura dell'ispettore Wallander.
E' interessante notare come ci sia una sorta di filo conduttore che lega tutti gli ispettori di polizia di ogni latitudine.
L'ispettore è di solito single o divorziato. Wallander è stato lasciato da sua moglie Mona da poco, e il rapporto con la figlia che era idilliaco durante la sua infanzia, si è guastato irrimediabilmente ora che è cresciuta. Insomma, l'ispettore è un personaggio che spesso sacrifica la vita privata a favore della professione. Nel caso di Wallander c'è anche un padre anziano che avrebbe bisogno di più cure e attenzioni, ma anche qui latita.
Vengono in mente Morse, Petra Delicado, Rebus...
L'ispettore mangia male - è ingrassato di otto chili da quando l'ha lasciato la moglie - beve e fuma troppo, non sa neanche curare la sua salute. Ancora Rebus e Morse.
Le passioni: un grande classico, Wallander adora la musica classica e la lirica. Morse.
A prima vista, non sembrerebbe un granché. Chi vorrebbe avere a che fare con un tipo del genere? Eppure questi personaggi riescono ad accattivarsi le nostre simpatie, e seguiamo con trepidazione le loro avventure.

Dopo questa prima puntata, possiamo continuare a seguire le vicende di Wallander nei romanzi successivi, ed è in uscita l'ultima sua fatica, il 9 ottobre
                                                                

un altro consiglio per il venerdì del libro di homemademamma.


venerdì 27 settembre 2013

Il Ciclo di Bartimeus

Tra le letture estive scelgo oggi una trilogia scritta da Jonathan Stroud. Veramente c'è anche un quarto volume, ma non l'ho letto e poi cambia l'epoca e alcuni protagonisti, quindi lo metterei da parte per ora.
Questi sono i tre volumi

L'Amuleto di Samarcanda
L'Occhio del Golem
La Porta di Tolomeo

Prima di leggerli, mi erano stati raccomandati da mio marito che li definiva "bellissimi, meglio di Harry Potter". Affermazione forte, ma mi ha incuriosito.
Dopo averli letti, posso dire con cognizione di causa che non sono meglio di Harry Potter, e spiego perché:
l'ambientazione è simile, siamo a Londra ai giorni nostri, i protagonisti sono sempre dei maghi, ma mentre i maghi della Rowling sono personaggi in generale positivi, e i cattivi ci sono anche lì, ma sono "dei maghi che sbagliano", in Stroud i maghi sono personaggi negativi di per sé. Descritti come personaggi assetati di potere ma privi di talenti, perché senza l'aiuto degli spiriti che loro schiavizzano non sarebbero di grado di fare niente, in più persecutori nei confronti dei non maghi (chiamati comuni).
E' vero che ci si può identificare con i comuni della Resistenza, che cercano di opporsi allo strapotere e all'oppressione dei maghi, ma in questo modo manca tutta la parte che con Harry Potter faceva volare la fantasia del lettore (chi non ha mai provato a fare l'incantesimo "accio-qualcosa" quando non trova l'oggetto o non ha voglia di alzarsi?).
Stroud inserisce personaggi reali nei suoi romanzi, e i più importanti, autorevoli e potenti personaggi storici del passato sono/erano maghi. I maghi controllano il Governo, sono i Ministri e i Premier, e a spese dei poveri comuni accumulano potere e ricchezza, trattandoli come legna da ardere. Non è mai successo che un comune sia riuscito a vincere una causa contro un mago, nonostante abbia ragione da vendere e ci siano prove inconfutabili.
Si potrebbe vedere una metafora del mondo moderno in tutto ciò, le ingiustizie, il popolo bue...ma personalmente quando leggo ho bisogno di sognare, altrimenti leggerei solo cronache e guarderei la Gabanelli tutti i giorni.
Una critica che ho sentito spesso fare alla Rowling, che però io non condivido, è che dopo la prima puntata, la storia si ripete troppo uguale, perché tutti gli anni Harry va a scuola. Beh, a parte il fatto che è la realtà, non è forse così per tutti fino a che non finisci il ciclo di studi? E poi Hogwarts è una scuola molto sui generis, direi.
Stroud invece costruisce i suoi tre capitoli ogni volta su un oggetto magico diverso: un amuleto, un golem e una porta verso un'altra dimensione.
Il punto di vista è quello di uno spirito, non del mago o della comune protagonisti della storia, e sebbene voglia  essere un personaggio acuto e brillante, la narrazione è troppo spesso spezzata dalle note, che sono parte integrante del testo perché sono degli aside a beneficio di noi lettori che non ci intendiamo di cose e creature magiche.
Nel mondo della Rowling entriamo invece in modo molto più naturale, senza bisogno di spiegazioni aggiuntive perché basta seguire le vicende e i dialoghi.

Tutto sommato potrebbe essere uno sconsiglio per le amiche del venerdì del libro, ma in realtà non lo è. Queste sono solo le mie impressioni, ma ad altri è piaciuto molto. Se qualcuno l'ha letto attendo le sue opinioni.

venerdì 20 settembre 2013

Lo hobbit

Era tempo di rileggere questo grande classico, i segni sono stati ben due: è uscito il primo episodio della serie cinematografica (per la verità è in uscita il secondo) e ho scoperto delle lezioni su i-tunes del professor Corey Olsen.

Ho cominciato quindi a leggere il romanzo e di pari passo ascoltare le lezioni del professore, e cercherò di riassumere il tutto - brevemente. Ovviamente a chi conosce bene l'inglese ed è interessato consiglio di ascoltarsele, anche perché sono parecchie (mi pare trattino di due capitoli alla volta) e durano più di un'ora ciascuna, quindi la mia sintesi sarà mooolto parziale.

Lo hobbit è stato scritto 20 anni prima de Il Signore degli Anelli, ma la versione che conosciamo noi è un'edizione rivisitata del 1951. In questa edizione sono state fatte delle modifiche, essenzialmente per collegarlo alla vicenda del Signore degli Anelli.
L'edizione che ho letto io è quella dell'Adelphi del 1990

Dando per scontato che tutti conoscano la storia e che non ci siano problemi di spoileraggio, passo ai dettagli:

La vita di Bilbo Baggins, un membro della comunità hobbit, il popolo più pacifico e tranquillo delle Terre di Mezzo, sta per essere sconvolta dall'irruzione in casa sua di un gruppo di nani, che si presentano non invitati, svuotano la dispensa (le dispense degli hobbit sono molto fornite) e lo invitano ad andare con loro alla montagna solitaria per uccidere il drago Smog, diventato Smaug nel Signore degli Anelli e nel film, e liberare il tesoro che appartiene ai nani. Bilbo avrebbe il suo compito ben preciso: lo scassinatore.
Bilbo non è affatto contento. Scherziamo? Lasciare la sua comoda caverna hobbit (una delle più belle della Contea) per affrontare uno scomodo viaggio, magari saltando qualche pasto, e affrontare infine un drago?!?
In quanto alla sua abilità di scassinatore, sembra che solo Gandalf ne sia al corrente.
Tuttavia, il nostro Bilbo è combattuto. Perché Bilbo è sì uno hobbit, ma è uno hobbit un po' atipico. Infatti, la mamma di Bilbo era la famosa Belladonna Tuc, e si dice e si mormora che 
uno degli antenati dei Tuc doveva aver preso in moglie una fata. Naturalmente questo era assurdo, ma certo v'era ancora qualcosa di non tipicamente hobbit in loro, e di tanto in tanto qualche membro del clan Tuc partiva e aveva avventure.
Per farla breve, Bilbo parte per l'avventura. All'inizio del viaggio ci si chiede spesso che diavolo di utilità possa avere questo hobbit in una spedizione del genere. Sembra il classico pesce fuor d'acqua: non è forte, non è coraggioso, i nani non lo rispettano e non lo considerano degno di fiducia.
Una possibilità, secondo il professore, sta in questa meravigliosa parola: triscadacafobia, paura del numero 13. I nani sono appunto tredici (Dwalin, Balin, Kili, Fili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur, Bombur, Thorin, in ordine di apparizione).
E poi c'è Gandalf lo stregone che lo raccomanda e continua a sostenere che è di lui che hanno bisogno i nani, anche se non sa spiegare il perché.
E quante volte Bilbo stesso ripensa alla sua comoda casetta durante tutta la durata del viaggio.
Tuttavia assistiamo ad una trasformazione di Bilbo: all'inizio dell'avventura la cosa peggiore che può capitare è fare tardi a cena, poi ci sarà l'incontro con i vagabondi (Troll), gli orchi e Gollum.

La prima tappa di questa improbabile compagnia è Forraspaccata (Granburrone), dove vive il mezz'elfo Elrond e c'è l'Ultima Casa Accogliente. I nani hanno bisogno di Elrond per leggere la mappa e capire come fare ad entrare nella montagna una volta arrivati.
Elrond scopre che la mappa contiene rune lunari, che possono essere lette solo quando la luna brilla dietro di esse, e solo se la luna è nella stessa fase e nella stessa stagione di quando le lettere furono scritte. Tutte condizioni che, casualmente, si verificano proprio quella notte. Quindi, con le istruzioni fornite da Elrond e la chiave fornita da Gandalf assieme alla mappa, la compagnia si lascia alle spalle l'Ultima casa Accogliente per raggiungere la montagna solitaria.

E' qui ne lo hobbit che scopriamo come Bilbo è venuto in possesso dell'anello, l'elemento che collega questo romanzo con Il Signore degli Anelli. Anche qui, niente di eroico, ma entra in gioco il caso, che poi caso non è mai, o la fortuna del nostro piccolo personaggio. Dopo essere stati attaccati dagli orchi, ed essere finiti in una grotta, Bilbo prende una botta in testa nella lotta e si risveglia da solo al buio. Bilbo, strisciando e mettendo le mani avanti per sapere dove andare, trova l'anello per terra e senza pensarci se lo infila in tasca, senza sapere che cos'è e che poteri ha. 
Importante il fatto che ne lo hobbit l'anello ha il potere di rendere invisibili e nient'altro, non si parla affatto di Sauron, il male e tutto ciò che sarà oggetto nel sequel.
Una delle modifiche di questa edizione è il personaggio di Gollum: qui diventa più cattivo, vuole uccidere Bilbo, è un personaggio più tragico e pietoso, infatti Bilbo che è nella posizione di ucciderlo, non lo fa per pietà. 
Per quanto riguarda le differenze tra il libro e la versione cinematografica invece, Gollum nel libro parla da solo, ma è sempre lo stesso, è solo la visione ottimista (Bilbo non riuscirà a scappare dai Goblin) e pessimista (Bilbo è un imbroglione, sa cosa fa l'anello e fa finta di essersi perso). Nel film Gollum litiga con se stesso, lato buono e lato cattivo.
Il duello di indovinelli di Gollum e Bilbo rispecchia il loro mondo. Gollum fa indovinelli che riguardano l'oscurità, il male, la morte, mentre quelli di Bilbo rappresentano la luce, il bene e la vita. Gollum riesce a rispondere agli indovinelli di Bilbo perché ha ancora delle vaghe reminiscenze del mondo alla luce del sole, e Bilbo riesce a rispondere a quelli di Gollum perché ha "assaggiato" un po' di questo mondo oscuro. La posta in gioco è la salvezza di Bilbo o la sua fine: se vince Gollum se lo mangia, e se vince Bilbo, Gollum deve indicargli l'uscita.
Bilbo vince, non senza imbrogliare un pochino, riesce a scappare e a tenersi l'anello.

Prosegue il viaggio avventuroso dei nostri personaggi, attraverso il Bosco Atro e un'altra serie di incontri fortunati (Beorn, elfi, aquile) e meno fortunati (ragni giganti, mannari) fino alla montagna solitaria e al drago, e a questo punto c'è un impasse
Discussero a lungo su ciò che bisognava fare, ma non riuscirono a trovare nessun sistema per sbarazzarsi di Smog, e proprio questo era sempre stato un punto debole dei loro piani, come Bilbo si sentiva propenso a far notare.
Insomma, sfidando la sorte e correndo gravi pericoli per la loro incolumità i nostri 14 giungono finalmente alla montagna. E adesso?!?
Cosa potranno mai fare 13 nani e uno hobbit contro un feroce drago?
E a cosa serve uno scassinatore per portare via un tesoro immenso e difficilmente trasportabile? Cosa pensavano questi nani? Che Bilbo tirasse fuori dalla montagna il tesoro pezzo per pezzo? Ma ci sarebbero voluti secoli!
E naturalmente anche qui entra in gioco il caso: l'armatura di Smog ha un buco sulla sinistra del petto, e proprio in quel buco verrà scagliata una freccia da Bard, un abitante di Pontelagolungo, la città più vicina alla montagna.

Orbene, in tutto l'immenso tesoro custodito dal drago, c'è un pezzo che da solo vale tanto quanto tutto il tesoro messo assieme: l'archepietra (archengemma). E Thorin, non appena riesce ad avvicinarsi al tesoro comincia a cercarla furiosamente e dà ordine ai suoi nani di cercarla e portargliela immediatamente. Secondo voi, l'archepietra dov'è? Ma ce l'ha Bilbo, of course, è la prima cosa che vede, sempre casualmente, e senza pensarci se la mette in tasca. Difficile non notare il parallelismo con il ritrovamento dell'anello. Per quanto riguarda l'archepietra, però, avrà un suo ruolo prima della fine del romanzo.
Quando i nani asserragliati nella montagna si rifiutano di cedere anche solo parte del tesoro che considerano loro di diritto (come anche gli uomini, gli elfi, etc), Bilbo riesce a sgattaiolare via, consegnare l'archepietra agli uomini per usarla come trattativa con Thorin, e salvare abilmente la situazione che stava diventando veramente pesante!

E giungiamo così al ritorno a casa di Bilbo, dove era stato dichiarato morto dai suoi odiati parenti, i Sackville-Baggins, che si stavano impossessando della sua bella casa, e oltre alle noie legali che si trascinarono per anni Bilbo scoprì di aver perso...la reputazione, era amico di elfi, nani e stregoni che ogni tanto passavano a trovarlo,
in effetti veniva considerato da tutti gli hobbit del circondario come un essere "stravagante", coll'eccezione dei suoi nipoti e nipotine dalla parte Tuc
Naturalmente si potrebbero scrivere ancora parecchie cose su questo fenomenale libro, che all'inizio fu scritto come un libro per bambini, ma la mia recensione è già troppo lunga. Spero solo di non aver voluto mettere troppe cose e di essere riuscita a non saltare troppo da palo in frasca, e soprattutto di avere fatto venire voglia alle amiche del venerdì del libro di rileggerlo!

venerdì 13 settembre 2013

Echi Perduti

Harry è un bambino che "vede i fantasmi", nel suo mondo gli oggetti hanno memoria di fatti violenti, dove qualcuno ha avuto paura
le cose erano come le spugne: assorbivano la paura e la trattenevano. 
E lui la tirava fuori.
 E' un'esperienza traumatica, perché Harry rivive le emozioni delle vittime. In più pensa di essere pazzo o di essere preso per pazzo.
Crescendo si costruisce un sistema di difesa, evita tutti i luoghi dove sa che è avvenuto qualche episodio di violenza e si crea dei percorsi sicuri. Percorre sempre la stessa strada per andare al campus a seguire le lezioni, le stesse strade con la macchina, e la sua casa è una catapecchia, ma è stata scelta perché non ha niente da raccontare.
Harry ha scoperto che l'alcool lo aiuta ad ottundere le sensazioni, quindi diventa anche alcoolista.
Un paio di incontri fortuiti daranno però il via ad un grosso cambiamento, e qui il romanzo si trasforma in giallo.
Harry decide di utilizzare la sua facoltà per cercare di risolvere un mistero, che lo porterà a scoprire una serie di casi irrisolti.

Un romanzo che mi ha preso sin dalle prime pagine, e che andando avanti è riuscito anche a migliorare grazie alla svolta in giallo.
Per me è stata una piacevole sorpresa perché non avevo mai letto niente di Lansdale e perché non ho letto nessuna recensione o sinossi prima di leggerlo.
Harry, Tad e Kayla (gli altri due protagonisti) sono personaggi che si fa fatica a "lasciare andare" una volta finito il romanzo, e per questo mi sento di consigliarne la lettura alle amiche del Venerdì del Libro.

venerdì 6 settembre 2013

Acque Morte

 Il dottor Saunders è un anziano medico inglese, vive nell'isola di Fuchu, in Cina. Contrariamente agli altri inglesi, Saunders vive tra i cinesi e i suoi pazienti sono locali. Gode di una certa fama soprattutto per le malattie degli occhi, anche se la sua scelta è obbligata. Infatti veniamo subito a sapere che il dottore è stato radiato dall'albo.
Dopo aver passato 15 anni sull'isola in un ambiente tranquillo e privo di eventi rilevanti,
Erano le nove del mattino. Aveva tutta la giornata davanti a sé e niente da fare. Aveva già visitato alcuni pazienti. Sull'isola non c'erano medici, e chi soffriva di qualche disturbo approfittava del suo arrivo per consultarlo. Ma il luogo era salubre, e le infermità che gli chiedevano di guarire erano croniche, e lui poteva fare ben poco; oppure lievi, e bastavano semplici rimedi. 
un giorno chiude tutto per tre mesi per recarsi a Takana, un'isola in fondo all'arcipelago malese, lontanissima da Fuchu, per operare un ricco cinese, Kim Ching, che aveva sentito che il dottore ridava quasi miracolosamente la vista. 

E qui comincia l'avventura del dottor Saunders, dopo l'operazione, decide di non aspettare la nave olandese che passa ogni due mesi dall'isola e accetta il "passaggio" su un ketch, pilotato dal capitano Nichols e Fred Blake, due uomini con un segreto, come il dottore stesso.

Il viaggio di questo improbabile trio è non solo ricco di avvenimenti, ma è anche un viaggio nella personalità e nella mente dei personaggi. 

Un romanzo intenso, che personalmente ho letto due volte di seguito perché il mio solito modo di leggere (troppo veloce e che lascia per strada sempre qualcosa) male si adatta a questo genere.
Consiglio quindi una lettura attenta, il libro è ricco di frasi da incorniciare, le riflessioni del dottor Saunders.

Il romanzo è di William Somerset Maughan (1874-1965), pubblicato per la prima volta nel 1932. Dopo essere caduto nel dimenticatorio per un po', Adelphi sta ripubblicando i suoi romanzi.

                                                   Acque morte

Con questa recensione partecipo al venerdì del libro di homemademamma.

venerdì 7 giugno 2013

L'amante del Doge

Non potevo lasciarmi sfuggire questo romanzo storico di Carla Maria Russo, intanto perché avevo già letto La Sposa Normanna e mi era piaciuto, e poi per la simpatia verso l'autrice che ho scoperto - leggendo le poche righe dedicate all'autore sul retro della copertina del libro - essere amante dei libri (lo sospettavamo) e del cioccolato fondente!
Beh, confesso di fare anch'io abuso di cioccolato fondente, e quindi questo fatto non poteva che rendermela ancora più simpatica :-D

Bando alle ciance, questa è la storia di un'altra donna, Caterina Dolfin, ambientata alla fine del 1700 nella Repubblica di Venezia. Siamo proprio verso la fine della Serenissima, sono questi gli ultimi anni della gloriosa repubblica marinara.
Caterina è una donna illuminata, bellissima e colta, che ama leggere libri proibiti dei filosofi francesi contemporanei.
Neanche un matrimonio combinato dalla madre per assicurarle una posizione in società riuscirà a domarla, infatti diventerà l'amante di Andrea Tron, ambasciatore della Serenissima con aspirazioni da Doge. 
Riuscirà Caterina ad ottenere l'annullamento del suo matrimonio in quanto contratto contro la sua volontà?
Riuscirà Andrea a diventare Doge nonostante la relazione con questa donna che tutta la società veneziana disprezza e spesso invidia?
Riusciranno Caterina ed Andrea a vivere il loro amore senza lasciarsi condizionare dalle trame e dalle malelingue di tutta Venezia?

Invito tutte le amiche del venerdì del libro a scoprirlo leggendo questo romanzo.

venerdì 31 maggio 2013

Venivamo tutte per mare

Julie Otsuka, l'autrice di questo libro, è una Americana di origine giapponese, e questo è il racconto delle migliaia di giovani donne giapponesi che giunsero in America all'inizio del Novecento.
A quell'epoca le ragazze, alcune giovanissime, venivano "vendute" dalle loro famiglie a dei mariti immigrati in America. Le spose per corrispondenza affrontavano il viaggio per mare con una foto del loro futuro marito e con tante speranze e tanti sogni.

Invece di prendere una storia e raccontarla, Otsuka decide di raccontarle tutte. Tante voci si sovrappongono in questa narrazione, e ognuna racconta la sua esperienza contemporaneamente. 

Abbiamo i vari capitoli che corrispondono alle fasi del loro viaggio, il primo - Venite, Giapponesi! - è il viaggio vero e proprio sulla nave che le porta nella Terra Promessa
Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po' storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine.

Il secondo capitolo, dopo l'incontro con la dura realtà, è la Prima notte. Poi si parla dei Bianchi, e dei rapporti con la comunità locale. Arrivano poi i Bambini, tantissimi, fino a uno all'anno per alcune e nessuno per altre. Ne I figli, le vite di questi bambini che crescevano praticamente soli, senza mai piangere e senza lamentarsi.
Con l'arrivo della guerra mondiale, i Giapponesi sono i Traditori
Le dicerie cominciarono a raggiungerci il secondo giorno di guerra. 
I giapponesi non sono più tollerati, e molti verranno rimandati a casa, la partenza e i preparativi in Ultimo giorno
Ultimo capitolo La Scomparsa. Le case e le attività lasciate vuote, la gente che si chiede dove siano finiti, sono in un posto sicuro? Torneranno mai?

140 pagine che si leggono in un soffio per il venerdì del libro di homemademamma.


venerdì 24 maggio 2013

Letture disordinate

Per il consueto appuntamento del venerdì di Homemademamma, non ho un solo libro di cui parlare, perché questo momento è per me molto disordinato, comincio libri, non ne sono troppo soddisfatta, li accantono momentaneamente e ne comincio altri... insomma, questo è il risultato



una pigna! Alcuni letti, finiti e gustati, altri a metà o all'inizio, altri finiti ma non convincenti.

Cominciamo da uno che ha avuto un inizio problematico ma che poi è "filato via" bene e ha dato anche qualche soddisfazione



Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh, già consigliato da mammalaura
Anche a me il romanzo è piaciuto, ed io che non ho decisamente il 
pollice verde, mi sono ritrovata a segnare sul mio libricino i significati dei fiori. 
Per esempio, ho scoperto con dispiacere che i girasoli, che a me piacciono molto, sono simbolo di false ricchezze...ma c'è sempre la possibilità che abbiano anche un altro significato.
E domenica scorsa, quando il mio Calvin mi ha regalato una calla, mi sono sorpresa a domandarmi chissà quale significato ha questo fiore? (eh, no, in questo romanzo le calle non sono nominate).
In ogni caso, una bella storia romantica.

Un po' meno bello, secondo me, è invece questo romanzo di Mariapia Veladiano



Premio Calvino 2010 e quasi Premio Strega. Si è già parlato abbondantemente dei libri premiati o pluripremiati, pompati o meno dalle case editrici. Questo ne è, sempre secondo me, un esempio tipico. Non si fa fatica a leggere, è scritto bene, ma lascia un po' così...
Nello specifico parla di una donna brutta, ma brutta, ma talmente brutta, che quando va al cinema entra di soppiatto e si siede sempre nell'ultima fila per essere vista da meno persone possibile. E questa bruttezza l'accompagna sin dalla nascita. Ora, siamo onesti, ma quanto può essere brutta una bambina? 
E infatti, poi scopriamo che forse forse non è che sia proprio così. Ma rimane comunque ambiguo e gli avvenimenti li trovo piuttosto sconclusionati.

Un romanzo che ho cominciato ma che non ho ancora finito, è invece questo



cominciato un sabato mattina in un'ora buca a scuola perché non avevo altro per le mani (questo era stato "abbandonato" dal proprietario, un collega che ne aveva un doppione). 
Siamo a Milano, anni '70. Misia, Livio e Marco si incontrano e ne seguiremo le vicende per vent'anni. Per ora ho letto dell'incontro di Misia e Livio, avendo letto il risvolto di copertina so già che non ci sarà una storia d'amore, come Livio vorrebbe. 
Vedremo quali vicende si svilupperanno anche dall'incontro con il terzo personaggio, Marco, il grande amico di Livio. Per ora promette bene.

Un piccolissimo saggio di Edgar Morin intitolato La testa ben fatta è l'altro libro della pigna



ho ordinato questo libro da un noto venditore di libri on line, perché non riuscivo a trovarlo in biblio, e dopo aver partecipato ad un paio di corsi di aggiornamento dove lo consigliavano caldamente, ho deciso di acquistarlo. Beh, questo è un po' per addetti ai lavori, insomma, lettura tipica da aspirante insegnante. A differenza di quello di Gardner, del quale ho già parlato qui, questo non è proprio così godibile.

Quasi alla fine (coraggio), un bel romanzo di David Nicholls



già consigliato da 'povna e della quale condivido l'opinione. 
Proprio bello!
L'ho letto in italiano, purtroppo, ma forse l'edizione era diversa, perché non ho notato gli orrori di cui parlava... che mi siano sfuggiti presa dalla trama? Non credo, niente parlata veneta o cibo schifoso!
La mia bibliotecaria si è vibratamente lamentata perché è triste...e vabbè, ma bello non è sinonimo di lieto fine, no?

Infine, come librone da comodino (si fa per dire perché io non riesco a leggere a letto), da tavolino del salotto diciamo, che mi accompagnerà per qualche mese, è il famoso Trevelyan



sono una patita della storia, e soprattutto della storia inglese, quindi ho preso in prestito questo manuale dalla biblioteca della scuola, ed ho intenzione di leggermelo tutto!! Inframezzato naturalmente da tantissimi romanzi storici, gialli e romantici (che a quanto pare in questo periodo sono quelli che apprezzo di più).


venerdì 3 maggio 2013

L'uomo che cambiò i cieli

Se l'universo era infinito, c'erano infiniti mondi e infiniti esseri, e la corruzione e il peccato e la redenzione, che dall'inizio dei tempi avevano segnato la storia dell'uomo sulla terra, perdevano valore dinanzi all'immane magnificenza di quella imperscrutabile moltitudine

Questo romanzo di Francesco Ongaro, racconta la storia di un astronomo danese, Tycho Brahe, vissuto nel XVI secolo.
La fortuna e i rovesci di fortuna accadevano nello spazio di pochi giorni, a seconda delle convenienze o delle simpatie di un mecenate.
Tycho è nelle grazie del re Federico II, che gli concede in feudo l'isola di Hven per costruire un osservatorio. Gli succede Cristiano IV, e sarà costretto ad abbandonare la sua casa e ad andare in esilio con tutta la sua famiglia.

Siamo inoltre nel periodo cruciale in cui si comincia a mettere in discussione il sistema tolemaico, gli astronomi si dividono tra tolemaici e copernicani. Accettare il sistema copernicano voleva dire rivedere completamente la visione anche dell'uomo, per questo Tycho, nonostante le ottime intuizioni, non riesce a staccarsi completamente da Tolomeo.
Nel romanzo compaiono tutti gli astronomi dell'epoca, i loro rapporti e le loro rivalità e i plagi.

Il punto di vista è quello di Jep, un nano deforme che Tycho incontra quando va sull'isola e che decide di tenere sotto la sua protezione. Pare che Jep abbia delle doti divinatorie, per questo Tycho lo terrà con sè e lo istruirà, facendone un suo discepolo e aiutante.
Nel romanzo, quindi, anche il dramma personale di Jep, un uomo intelligente in un corpo da bambino e per di più gobbo.

Con questo romanzo partecipo al venerdì del libro di homemademamma.

venerdì 26 aprile 2013

Alla corte dei Borgia


Sancia è una bambina di 11 anni, è la figlia di Alfonso II di Napoli e della sua amante Trusia Galluzzo, ciò nondimeno vive a corte col suo fratellino Alfonso assieme ai figli legittimi.
Siamo nel 1489 e Sancia racconta un episodio della sua infanzia che ne rivela il carattere forte e ribelle.

Tre anni dopo, a 14 anni, viene data in sposa a Goffredo Borgia, nientemeno che il figlio di papa Alessandro VI, per rafforzare la posizione di Napoli contro i francesi.
In questo modo Sancia verrà a contatto con la corte dei Borgia e tutti i loro intrighi.
La contrapposizione tra la semplice e pura Napoli e la corrotta e fastosa Roma è subito evidente, e attraverso gli occhi della nostra eroina la giudichiamo e condanniamo; anche se la stessa Sancia verrà attratta da questo mondo e non ne rimarrà completamente immune.
Non racconto i particolari perché se conoscete questo pezzo di storia non saranno cose nuove, e se non la conoscete (come me), avrete il gusto di leggerla e di gustarvi una certa dose di suspense.

Molto utile, all'inizio del libro, la pagina con le casate di Aragona e Borgia per capire tutte le parentele e gli incroci.
Alla fine del libro c'è poi una postfazione con una precisazione su quali sono i fatti storici accertati, che non sono pochi.
Infatti il romanzo è piuttosto fedele alla realtà, con qualche parentesi rosa e noir (di facile individuazione peraltro).

Quindi promozione per questo romanzo storico di Jeanne Kalogridis, scrittrice americana, che ha saputo mantenere l'interesse del lettore (per lo meno di questo lettore) fino alla fine. 
Il mio consiglio si aggiunge agli altri per il 
venerdì del libro di homemademamma.

venerdì 19 aprile 2013

Il lato oscuro dell'amore

Quando ho visto le dimensioni (856 pagine) e la copertina di questo libro, mi ha ispirato, e me lo sono portato a casa. Mi ricordava un altro libro che mi è piaciuto immensamente e che ho riletto più volte.

Devo dire che Schami non ha soddisfatto in pieno le mie aspettative. Anche se si lascia leggere volentieri, ho pensato che questa storia poteva essere tranquillamente scritta in 300 pagine.
Il miscuglio di mito, favola, leggenda, una magnifica storia d'amore (come si legge in quarta di copertina) e - aggiungo io - storia, forse è un po' troppo.
Ogni capitolo è una tessera, ce ne sono 304, e alla fine dovrebbe apparire un mosaico, nelle intenzioni dell'autore. 
Si tratta di un romanzo che è stato accolto con molto entusiasmo dai lettori e dalla critica, e come sempre, cercherò di non farmi influenzare.
Non sono le parti storiche inframezzate alla storia d'amore a non dare l'idea di unità, infatti anche Seth usa questo metodo, e lui ci riesce benissimo. 
Sono le storie, gli aneddoti inseriti nel racconto a rimanere un po' fini a se stessi, anche quando sono divertenti.
Un po' troppo lunghe le parti in cui il protagonista si trova nei campi di prigionia, succederà due volte, e forse meriterebbero un romanzo a parte.

Mi piacerebbe sapere l'opinione delle amiche del venerdì del libro che leggeranno questo post. Buon fine settimana e buona lettura!

venerdì 12 aprile 2013

Acciaio

Mi è capitato tra le mani questo libro scritto nel 2010 da Silvia Avallone. Ho scoperto, poi, che ne è stato tratto anche un film, quindi immagino che già molti lo conosceranno.

Ambientato in Toscana, a Piombino, sotto l'ombra pervasiva della Lucchini, una fabbrica siderurgica, tratta principalmente dell'amicizia tra due ragazzine tredicenni e tutto ciò che c'è intorno a loro.
Il quartiere dove vivono, un quartiere di case popolari, è proprio di fronte all'Isola d'Elba, vicinissima ma irraggiungibile, perché quello è un posto per ricchi, non per gli operai della Lucchini.

Purtroppo trovo molto difficile parlare di un libro del quale è già stato detto tutto e il contrario di tutto, infatti, cosa potrei dire io di più? Cercherò di scrivere quello che ho pensato appena finito di leggerlo, quando non avevo ancora letto le recensioni e non sapevo avesse vinto tutti questi premi:
Premio Campiello
Premio Flaiano
Premio Fregene
Seconda classificata Premio Strega
Seconda classificata premio Kihlgren
...un curriculum di tutto rispetto direi.

Io ho trovato dei punti deboli nella parte iniziale e nella parte finale. Ci ho messo un attimo ad entrare nel romanzo, e alla fine sono rimasta un po' in sospeso. C'è una soluzione/conclusione, ma è molto aperta perché non vengono dette alcune cose, che pure sarebbero importanti.
*spoiler*L'amicizia tra Anna e Francesca, molto esclusiva, ha una battuta d'arresto quando Francesca confessa ad Anna che è innamorata di lei. Francesca ha un padre violento, e quindi lei odia tutti gli uomini.
Nel frattempo Anna si innamora di un ragazzo, Mattia, e comincia con lui una storia d'amore molto intensa.
Le due ragazze quindi non si parlano più. 
Alla fine si ritrovano e fanno pace, ma ormai tante cose sono cambiate: Alessio, il fratello di Anna, è morto in un incidente alla fabbrica, e il responsabile è Mattia. 
Francesca, sempre più irrequieta, lascia la scuola per curare il padre che è diventato invalido e comincia a lavorare in un locale per uomini, dove balla la lap dance e si prostituisce.
Una mattina, Francesca, dopo aver passato la notte al locale, scende dall'autobus e vede alla finestra Anna. Si salutano e Francesca sale da lei. Fanno colazione assieme e la mamma di Anna suggerisce alle ragazze di andare a fare un giro all'Elba.
Non si sa se Anna è ancora con Mattia, anche se si può intuire che si sono lasciati per una certa stanchezza di Anna che capisce che forse hanno poco in comune e non si sa se Francesca continuerà a lavorare al locale.

Tuttavia devo dire che il libro mi è piaciuto, è stato piacevole leggerlo, i personaggi sono ben caratterizzati e sono molto verosimili, così come le vicende.

In conclusione, direi che è un libro che sicuramente merita di essere letto, è sufficientemente leggero (anche se tratta di tematiche e problematiche tutt'altro che leggere) e scorrevole, per questo lo consiglio alle amiche del venerdì del libro e, anzi, chiedo il loro parere se l'hanno già letto.


venerdì 29 marzo 2013

Formae Mentis

Per il consueto appuntamento con il Venerdì del libro, questa settimana cambio totalmente genere e vi parlo di un saggio di Howard Gardner, Formae Mentis, saggio sulla pluralità dell'intelligenza. Non è nuovo (è stato pubblicato nel 1987), ma io lo trovo ancora attuale, ed è una lettura che tutti gli insegnanti, educatori e anche genitori, dovrebbero conoscere.

Secondo Gardner, un professore di Scienza dell'educazione all'Università di Harvard, esistono vari tipi di intelligenza, che corrispondono a diverse abilità.
Qui parla dell'intelligenza linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, personale ed interpersonale. 
Può sembrare un argomento ostico, ma in realtà il libro è molto scorrevole e discorsivo, e poi è proprio interessante. Arriverete ad aver letto oltre 400 pagine senza sforzo e con del materiale su cui pensare.

L'intelligenza secondo Gardner, è la capacità di risolvere problemi o creare prodotti apprezzati. Quindi è anche il tipo di società in cui viviamo che considera interessanti o meno delle qualità. Si prendono ad esempio "un dodicenne delle isole Puluwat che è stato scelto dai suoi anziani per diventare maestro navigatore e che dovrà imparare, sotto la guida di maestri navigatori esperti, a combinare la
conoscenza della navigazione, delle stelle e della geografia in modo da sapersi orientare fra centinaia di isole; un iraniano quindicenne che ha imparato a memoria l'intero corano ed è venuto a padroneggiare la lingua araba e che verrà istruito per diventare un insegnante e capo religioso; una quattordicenne parigina che ha imparato a programmare un computer e sta cominciando a comporre musica con l'aiuto di un sintetizzatore.
Ognuno di loro è altamente competente in un campo difficile e manifesta un comportamento intelligente, anche se i metodi di valutazione correnti delle capacità intellettive non sono sufficientemente affinati per permettere di valutare i potenziali o le prestazioni di questi tre individui".

Nella prima parte del libro c'è una parte storica: come veniva misurata l'intelligenza nel passato, quando è stato inventato il QI, chi sono gli psicologi o comunque i personaggi più importanti in questo campo, con elementi biologici (che però si può anche saltare, l'autore stesso vi dice di passare direttamente a pag. tot se non siete interessati a questo aspetto). Poi si passa all'analisi dei sette tipi di intelligenza e infine, la terza parte è intitolata "Implicazioni e applicazioni".

La terza parte è forse la più interessante se dovessi scegliere, ma ripeto, io ho letto con piacere anche le parti più "indigeste" senza fare fatica.

Spero possa essere utile anche a voi e vi auguro buona lettura!

venerdì 22 marzo 2013

La Paziente Privata

Reading the end of a mystery novel before you actually get there is on a par with eating the white stuff out of the middle of Oreo cookies and then throwing the cookies themselves away
 (Stephen King, da bambino, dopo aver scoperto la mamma che sbirciava la fine di un giallo)


E' questa l'ultima puntata della serie di polizieschi con protagonista l'Ispettore Adam Dalgliesh, scritti da P. D. James, una simpatica novantaduenne, scrittrice e membro della Camera dei Lords inglese.

Purtroppo mi è capitato tra le mani questo libro e l'ho letto senza sapere facesse parte di una serie, ma questo non mi impedirà di andarmi a cercare tutti gli altri e di leggerli in ordine cronologico :-)
E per non farvi commettere il mio stesso errore, vi rimando alla pagina di wikipedia dove li trovate in ordine.

Per collegarmi alla citazione da Stephen King, sappiate che, tra le altre cose, a fare da introduzione e conclusione del romanzo ci sono le vicende personali dell'Ispettore Dalgliesh.
Il romanzo infatti, dopo una parte iniziale dove viene presentata la vittima nelle ultime tre settimane di vita, e il lettore sa da subito che deve morire il 14 dicembre, presenta l'ispettore nel momento in cui riceve la telefonata di lavoro mentre è in tutt'altre faccende affaccendato. Si trova infatti a colloquio con il padre della sua promessa sposa, e c'è l'esilarante scenetta che ricalca il dialogo tra Lady Bracknell e Jack ne l'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde. La vicenda con fidanzata e matrimonio viene ripresa nelle ultime pagine.
In mezzo veniamo portati in una mansion di campagna: Cheverell Manor, che ospita una clinica di lusso specializzata in interventi di chirurgia estetica. 
Ci sono tutti gli elementi che fanno di questo romanzo una perla di perfezione nel suo genere: sontuosa residenza di campagna risalente all'epoca Tudor (insisto, sono proprio fissata), il circolo di pietre dove è stata bruciata una giovane donna per stregoneria nel 1654, personaggi con un passato da nascondere, tutti elementi che rimandano ad una tradizione romantico-gotica con delitto. Una goduria!

Non mi resta che consigliarlo vivamente alle amiche del venerdì del libro e augurare a tutte un buon we.





venerdì 15 marzo 2013

The Constant Princess o Caterina, la Prima Moglie

I said "I promise", and I do not forget. I will be constant to him.

Questo romanzo di Philippa Gregory parla di Caterina d'Aragona, l'infanta di Spagna, figlia dei sovrani più famosi della storia Isabella e Ferdinando.

Caterina è promessa sposa di Arthur Tudor sin dalla tenera età di tre anni, per questo è Principessa di Galles.
A quindici anni viene mandata in Inghilterra per sposare Arthur. Il matrimonio però durerà solo 5 mesi, perché Arthur, come tutti sanno, muore prematuramente.

Alcune cronache dicono che Arthur fosse un ragazzo debole e poco sano, per questo motivo le nozze non furono mai consumate. Tant'è vero che Caterina andrà in sposa al fratello Henry.
Altri resoconti dicono che in realtà il matrimonio era valido a tutti gli effetti - wedded and bedded, come dirà nonna Margaret - e che il matrimonio tra Henry e Caterina era basato su una menzogna.

Philippa Gregory si basa su questa seconda versione, e costruisce la storia di questa Caterina, una donna determinata a diventare regina d'Inghilterra a qualunque costo. 
Innumerevoli sono i rimandi a questa constanza (the constant princess), che permetteranno ad una donna, poco più che bambina all'epoca dei fatti, di sopportare infinite umiliazioni e di non arrendersi mai.
Perché Caterina è constant
Innanzitutto perché è stata cresciuta e allevata come Principessa di Galles dai suoi genitori, e non riesce ad accettare nessun' altra alternativa, lei deve essere regina. E poi perché è una promessa fatta al suo primo marito Arthur, che prima di morire le dice di mentire sul loro matrimonio e di sposare suo fratello Henry.

Non sarà facile, dall'aprile del 1502 al 1509 Caterina rimarrà in attesa di sposare Henry, relegata lontano dalla corte e senza soldi. Il volpone Ferdinando non darà mai la seconda parte della dote al re Henry VII, e lei dovrà impegnare il suo servizio di piatti d'oro per sopravvivere.
Nonna Margaret, tenterà di mandare a monte il matrimonio tra lei e il suo adorato nipote, ma Henry, dipinto come un ragazzino viziato al quale le danno tutte vinte, si impunta e la sposa.

Dopo il matrimonio, avvenuto quando Caterina ha 23 anni e Henry 18, si presenta il problema dell'erede. Caterina avrà ben sei gravidanze: prima una bambina nata morta, poi un maschietto nato a Capodanno che sopravviverà solo 52 giorni, un aborto, un altro maschietto che morirà dopo pochi giorni, finalmente Maria e poi un'altra figlia morta entro una settimana dalla nascita.

La Gregory parla in particolare dei primi due parti, e il dolore immenso per la perdita del bambino di Capodanno. 

Poi c'è un salto temporale e le ultimissime pagine raccontano di Caterina che va al processo per difendersi dall'accusa di aver mentito sulla sua verginità.

Questo il mio consiglio per questo venerdì del libro.